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A thinking gone wrong – parte seconda


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La forza dei media risiede nella loro capacità di influire, tramite una propaganda assidua e martellante, sulla mente degli spettatori, contribuendo in maniera decisiva ad alimentare errori di giudizio come i bias cognitivi. 

Il concetto di bias cognitivo appare per la prima volta nel 1974 nei risultati di alcune ricerche condotte dagli psicologi Amos Tversky e Daniel Kahneman pubblicati con il titolo “Judgment under Uncertainty: Heuristics and Biases”. L’obbiettivo della ricerca era comprendere in che modo gli esseri umani prendono decisioni in contesti di incertezza o quando non si hanno abbastanza informazioni o tempo per elaborare un giudizio ragionato su determinate questioni. I risultati della ricerca furono tanto rivoluzionari da portare Kahneman ad approfondire la questione soprattutto in relazione alle decisioni economiche, cosa che gli valse, nel 2002, il premio Nobel per l’Economia. Il programma di ricerca Euristiche e Bias ha rivelato, di fatto, che nella maggior parte dei casi le persone procedono nelle valutazioni seguendo l’euristica, ovvero una procedura che consente di trovare risposte adeguate, ma spesso false o comunque imprecise, a quesiti difficili; pensiamo soprattutto attraverso scorciatoie mentali e solo di rado ci impegniamo in articolate riflessioni razionali. Questo ci porta ad essere vittime di forti pregiudizi difficilmente evitabili. Prendiamo ad esempio la nota Illusione di Muller-Lyer, la quale mostra due segmenti della stessa lunghezza, alle estremità dei quali sono applicati opposti terminali: quelli del primo segmento formano un angolo acuto e quelli del  secondo un angolo ottuso. 

A prima vista, il segmento alle cui estremità sono applicati dei terminali che formano angoli ottusi appare più lungo rispetto all’altro, ma è noto ad ognuno che si tratta, appunto, di un’illusione. Nonostante ci fidiamo della misurazione, non possiamo far a meno di percepire i segmenti come diversi ma, riconosciuto il nostro errore, ogni volta che guarderemo in futuro quei segmenti sapremo valutare correttamente l’illusione a cui siamo soggetti e diffidare della prima impressione. È ciò che dovremmo applicare ad ogni evento della nostra vita, ma il sovraccarico informativo e la manipolazione mediatica rischiano di rendere l’impresa decisamente ardua e di portarci a ragionare per stereotipi. Non tutte le illusioni infatti sono visive; anche il pensiero vi è soggetto, ed in questo caso parleremo di illusioni cognitive. Il punto è liberarci del quadro mentale coerente che si è formato nella nostra mente per imparare a riconoscere ogni situazione come specifica. Quando noi pensiamo ad un cavallo, ad esempio, non facciamo altro che estrarre dalla memoria la rappresentazione di uno o più membri di quella categoria, così come noi ce la rappresentiamo, e ciò è giusto; ma quando ci riferiamo a categorie sociali tali rappresentazioni diventano stereotipi, alcuni dei quali rischiano di essere estremamente pericolosi, oltre che sbagliati.

Nel suo ultimo lavoro, Kahneman analizza nel dettaglio quelli che egli definisce “Pensieri lenti e veloci”, spiegandoli con due sistemi di pensiero differenti -anche se non vanno pensati come localizzati ciascuno in una parte specifica del cervello- entrambi costantemente attivi e in collaborazione tra di loro. Secondo una definizione presa in prestito dagli psicologi Stanovich e West, chiama Sistema 1 (S1) quello che regola il pensiero veloce e Sistema 2 (S2) quello che regola il pensiero lento. 

S1 agisce con il minimo sforzo, fornisce valutazioni di base, immediate, non ragionate; esso produce quindi un giudizio automatico ed intuitivo e ciò è l’idea alla base delle euristiche e dei bias. Basandosi su una memoria associativa, il compito di S1 è fornire in ogni istante un’interpretazione coerente di ciò che accade nel nostro mondo, in linea con il suo modello di riferimento: proprio su questa base noi possiamo pensare in modo immediato ed intuivo ad un cavallo. Mantenere ed aggiornare tale modello di riferimento continuamente è la funzione principale di S1, che lo fa operando delle associazioni, ovvero connettendo varie idee relative ad eventi, fenomeni, azioni, avvenuti con frequenza in un breve lasso di tempo. Il formarsi e il rafforzarsi di queste connessioni comporta la creazione di uno schema di riferimento attraverso il quale interpretiamo gli eventi della nostra vita. 

S2 al contrario è occupato in attività mentali focalizzate che richiedono attenzione ed impegno, come i calcoli complessi. Basandosi sull’esperienza soggettiva dell’azione, della scelta e della concentrazione, trova risposte alle questioni che provengono dall’esterno, o che esso stesso si pone, al fine di risolvere determinati problemi: in questo modo riusciamo ad impegnarci in attività più complesse. 

Di fatto quindi S1 è protagonista assoluto delle nostre attività mentali ed è questo a chiamare in causa S2, qualora si trovi in difficoltà: S2 si attiva quando entra in gioco un problema che astrae dal modello di mondo al quale S1 fa riferimento. S1 è capace di mettere in atto azioni istintive, legate alla sopravvivenza dell’uomo ed ha anche la capacità di ampliare i suoi campi d’azione, quando si diventa esperti in qualcosa. Infatti, oltre a fornirci competenze innate, che condividiamo con altri animali, S1 ha la possibilità di potenziare altre attività mentali, di produrre nuove competenze specifiche che, grazie alla pratica prolungata, diventano veloci ed automatiche. Dunque, in base alle capacità del nostro corpo e alle risorse che il contesto ci mette a disposizione, noi siamo in grado di potenziare i nostri processi cognitivi ed agire con maggiore sicurezza e precisione, anche quando non mettiamo in pratica un complesso ragionamento, ma semplicemente agiamo automaticamente, per istinto. Ma, sebbene le operazioni automatiche di S1 siano in grado di produrre modelli e idee coerenti e complessi, il suo limite risiede nel fatto che non è in grado di gestire simultaneamente vari problemi distinti e per questo si serve, appunto, del supporto di S2, il cui scopo è quello di concentrarsi sull’obbiettivo in quel momento prioritario, focalizzandosi su di esso fino a non vedere nient’altro. Ciò accade in ragione del fatto che ogni essere umano dispone di un budget limitato di attenzione e forzare questa concentrazione oltre il suo limite comporta inevitabilmente il fallimento dell’operazione; per questo è praticamente impossibile compiere molte attività impegnative contemporaneamente e con i massimi risultati. 

L’attenzione specifica che S2 impiega nella complessa operazione per il quale è stato chiamato in causa spiega come siano possibili distrazioni banali, come quella a cui sono soggetti vari individui sottoposti all’esperimento noto come The Invisible Gorilla, ideato dagli psicologi Chabris e Simons (https://www.youtube.com/watch?v=vJG698U2Mvo). L’esperimento consiste nel mostrare un video all’interno del quale si fronteggiano due squadre di pallacanestro: i membri di una squadra sono vestiti di bianco, mentre quelle dell’altra sono vestiti di nero. Entrambe le squadre dispongono di una palla e ciò che si richiede ai fruitori è di contare il numero di passaggi effettuati dalla squadra bianca. Durante le azioni si palesa in mezzo ai giocatori un soggetto travestito da gorilla, che si confonde, a causa del colore del manto, con i giocatori della squadra nera al punto che lo spettatore, concentrato nel contare i passaggi della squadra bianca, rischia di non notarlo affatto. Se non venisse chiesto di portare a termine un compito specifico a nessuno sfuggirebbe la presenza del gorilla, ma il fatto che S2 sia impegnato in quel tipo di attività, lo rende cieco ad un avvenimento così insolito. Individuare uno stimolo anomalo richiede quindi una certa attenzione, ma a causa della sua limitata riserva di attenzione non sempre S2 riesce nel compito e ciò anche in ragione di quella che Kahneman definisce “legge del minimo sforzo”. Le attività di S2 richiedono impegno ma si da il caso che la caratteristica principale di questo sistema sia la pigrizia e la riluttanza ad impegnarsi più del necessario. Dei vari modi che si possono adottare per raggiungere un obbiettivo tenderemo sempre a scegliere quello che richiede il minore sforzo, evitando il sovraccarico mentale, e tuttavia ciò ci porta ad escludere dall’attenzione una vasta gamma di informazioni potenzialmente utili. Consci del fatto che concentrazione su un compito e controllo intenzionale dell’attenzione attingono alla medesima riserva di energia possiamo facilmente spiegarci come mai molte persone non notino il gorilla mentre sono impegnate a contare i passaggi di palla effettuati dalla squadra bianca.

Ora proviamo ad applicare questi concetti alla nostra vita di tutti i giorni. Siamo davvero sicuri che tra la miriade di stimoli che riceviamo e di attività in cui la nostra mente è impegnata, al fine di portare a termine i più svariati compiti che, in quanto individui e in quanto esseri sociali, siamo chiamati a svolgere, le nostre risposte possano dirsi sempre razionalmente indirizzate? Siamo sicuri di non cadere costantemente vittime di errori preconcettuali?

 

BIBLIOGRAFIA

– D. Kahneman, Pensieri lenti e veloci, trad. L. Serra, Milano: Mondadori, 2012

– R. Nicoletti, R. Ruminati, L. Lotto, Psicologia. Processi cognitivi, teoria, applicazioni, Bologna: Il Mulino, 2017

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