Out the Blue

“E stà zitto un po’; vedi che ci fai scoprire!”
Scott mi colpì lanciandomi una biglia sulla tempia, prendendo bene la mira, che tanto quello era il suo compito. Non ne aveva mai fallito uno in vita sua e se ne vantava di questo.
Veniva giù il mondo quella notte, nella nebbia si scorgeva la giungla e fra la nebbia e la giungla, le torce accese di Jeremy e Samuel, i due di turno.
Andavano a passo lento, sembravano ombre cinesi
“Rema e non mi seccare!”
mi urlò.
Chi ne aveva voglia di contraddirlo; potevo stare li a lamentarmi per ore, ma tanto la pioggia copriva la metà delle parole e l’altra metà lui la ignorava.
Così smisi di parlare e remai soltanto, in silenzio.
Gli chiedevo perché proprio quella notte, ne avevamo avute già tante di occasioni per farlo, perché proprio adesso.
Stava a gambe incrociate dall’altro lato della barca e teneva le braccia aperte; sembrava pregasse.
A malapena riuscivo a vederlo, era come una ragnatela la pioggia, quasi ce l’avesse fatto apposta a non lasciarci in pace.
Era da un po’ che ne parlavamo, ce ne stavamo spesso in disparte al campo, a discuterne sottovoce, e durante la marcia ci scambiavamo occhiate, ma nessumo ci aveva mai visti.
Sapevamo il fatto nostro, non ci eravamo finiti per caso a fare i Marines
“Ma alla sedia elettrica ci hai mai pensato?”
“Che? Non ti sento, parla più forte.”
glielo ripetei alzando il tono della voce e lui sorrise, o almeno così mi sembrò
“Io qui non ci voglio morire. Se deve succedere che succeda a casa.”
Non gliene importava un accidente dell’onore, della famiglia ancora di meno, era orfano dall’età di sei anni e ormai aveva deciso così, che di morire in mezzo al Pacifico non ne voleva sapere.
Mica per dargli corda, ma la pensavo anche io così, in fondo.
Continuavo a remare, perché me l’aveva detto lui
“Tu remi e io tengo d’occhio il resto.”
Doveva diventare Sergente, Scott, era nato per fare il leader; io glielo avevo sempre detto, da quando avevamo iniziato l’addestramento.
Sotto tiro dei giapponesi quasi si stava meglio, quelle gocce spesse come proiettili picchiavano forte contro ogni cosa, contro la barca, i fucili, le nostre teste.
Con quel fracasso era impossibile essere scoperti, ma lui ci badava, anche più di me.
Eravamo a nemmeno mezzo miglio dalla riva, troppo presto per dire di essere liberi; troppo presto per dire qualsiasi cosa.
Le luci delle torce squarciavano l’oscurità.
Ci avrebbero riportato a terra a pedate in culo, o magari ci avrebbero affogato proprio li, davanti a tutto il plotone.
Già la sentivo la sabbia fra i denti e le mani del Tenente che come morsetti mi stringevano la nuca; ad ogni guizzo dell’acqua sobbalzavo ed imprecavo sottovoce, come i bambini che maledicono il padre dopo una strigliata.
Scott tirò fuori dalla tasca il sacchetto di biglie che aveva sempre appresso e se lo infilò nel taschino della camicia; mi limitai ad assistere alla scena senza chiedergli chiarimenti.
Ci sapeva fare con le biglie, era il suo gioco preferito. Nei momenti di pausa con gli altri organizzavamo i tornei e lui batteva sempre tutti, perfino Daijiro, lo stronzetto nipponico che avevamo catturato un paio di mesi prima, che con le biglie se la cavava anche lui.
Non ne valeva nemmeno la pena di farlo fuori; aveva diciannove anni, neanche una parvenza di barba.
Ne sapeva quanto noi sui movimenti dei suoi commilitoni, così era diventato la nostra mascotte. A turno le prendeva da qualcuno, ma non ne se ne dava neanche troppa pena perché non gli sembrava vero di essere ancora vivo.
Non era un invasato come tutti gli altri e dopotutto la guerra non l’aveva mica fatta scoppiare lui, nemmeno c’era a Pearl Harbor
“Per me siamo fuori pericolo.”
esordì Scott, scostandosi i capelli fradici dalla fronte
“Dici?”
“Le luci quasi non si vedono.”
feci per fermare le braccia e riposarmi dalla remata
“Non ti ho detto di smettere!”
sbottò, dando uno schiaffo all’acqua.
Quando era nervoso urlava e quando lui urlava io mi innervosivo.
Continuava a piovere e di certo questo non ci aiutava a mantenere la calma e più cercavo di non pensarci e più arrivava forte e le scarpe erano talmente zuppe che sentivo le dita andare alla deriva
“Ma sai almeno dove stiamo andando?”
gli avevo fatto, senza speranza
“Lontano da qui.”
e non ci potevano essere storie
“Guarda che l’Oceano è grande.”
“Siamo ancora in tempo per tornare indietro.”
Sapeva come zittirmi, era inutile tentare di fregarlo in qualsiasi modo, stava sempre almeno due passi avanti a tutti, nelle biglie così come nel parlare e nello sparare.
Tirò fuori dal taschino il sacchetto delle biglie e ne rovesciò un gruzzolo sul palmo della mano
“Hai intenzione di metterti a giocare?”
non mi rispose neanche, aveva riposto il sacchetto nel taschino e teneva le biglie in bilico facendole oscillare con i movimenti della mano, un po’ come oscillava la barca.
Si fermò per un attimo e mi fissò, gli occhi come due buchi della serratura cercavano di essere riempiti, di essere sbloccati
“Penso che abbiamo fatto la cosa migliore.”
aveva fatto, continuando a tenere d’occhio le biglie
“Per chi?”
“La cosa migliore per noi dico.”
e me l’ero presa a cuore
“Non sappiamo nemmeno dove andare, che meglio ci può essere?”
“Ovunque è meglio di qui.”
continuai a remare; anche io sapevo fare bene una cosa.
Sapevo eseguire gli ordini, non dicevo mai di no.
Con tutti i rischi del mondo mi avevano lanciato come un giavellotto contro i giapponesi una volta ed io, senza un fiato, ci avevo quasi rimesso la vita.
Era un ordine e si doveva obbedire, poche storie.
Scott balzò in piedi lasciando cadere le biglie dalla mano, assestò per bene la sua posizione cercando di non scivolare ed impugnò il fucile; mirò dietro di me, prese un profondo respiro e poi lo mise via
“Tutto tranquillo.”
fece
“Puoi anche smettere di remare adesso.”
Non aspettavo altro. Lasciai andare la presa e abbandonai i remi alla corrente; sentivo di nuovo le braccia, di nuovo il sangue scorrere.
Stava piovendo ormai da ore, un’interminabile sassaiola che non ci dava nemmeno un momento di tregua. Io ero distrutto, la sentivo la fatica che lentamente iniziava a scivolare lungo i nervi, col sibilo di un serpente a sonagli.
Le biglie rimbalzavano da un lato all’altro della barca e lui, scrupolosamente, le teneva d’occhio
“Quando torno a Portland mi iscrivo un’altra volta al campionato.”
disse sfilando nuovamente dal taschino il sacchetto
“Il campionato di biglie?”
“E di che sennò?”
“Sei così sicuro di tornarci a casa?”
“Non lo so, la verità.”
sospirai
“Sono contento di essere con te.”
sorrise.
Non lo vedevi mai sorridere, o quasi mai. A volte dava una pacca sulla schiena, in amicizia, così diceva lui, ma con i sorrisi non ci sapeva fare.
Glielo dicevamo per provocarlo che i giapponesi l’avrebbero preso e torturato fino a farlo sorridere a vita, ma lui rispondeva secco
“Che ci provino.”
Nessuno di noi ne aveva davvero voglia, ma lui sembrava lo facesse apposta.
Ma era l’unico vero amico che avevo li giù, e se eri abbastanza fortunato da trovarne uno ti conveniva tenerlo stretto, che non si sapeva mai quando potevano fartelo esplodere sotto il naso
“Io non me la sento.”
“Non te la senti di che?”
gli avevo chiesto
“Di continuare.”
“Di continuare cosa?”
“Ma si, lo sai anche tu. Tutta questa storia della guerra e della vita.”
c’erano volte in cui scattava con certi discorsi dal niente e non sapevi mai come reagire, non sapevi nemmeno se prenderlo sul serio, a dirla tutta
“Ormai ne sei fuori, anzi, ne siamo fuori.”
rise, in un rimbombo che venne sovrastato da un possente tuono
“Guardati intorno.”
Mi guardai intorno; non c’era altro che il mare e la pioggia e la notte.
Le biglie rotolavano per la barca e tracciavano linee e noi, ai due poli opposti, non avevamo di meglio da fare che attendere.
Pioveva ancora ed in fondo non aveva smesso di farlo da tre giorni, ormai
“Siamo come le biglie.”
mi disse
“Sai come si gioca, no? Tracci un cerchio, ce le butti dentro tutte nel mucchio e poi le bombardi con un’altra biglia ancora, dall’alto.”
lo guardavo senza dire niente
“Siamo come le biglie, poche storie.”
E di storie chi è che gliene voleva fare; lui la vita l’aveva capita a fondo, ne sapeva più di tutti gli altri messi insieme.
I tiratori scelti sono così, sanno dove colpire, sanno che devono farlo; o uccidi o vieni ucciso.
Aveva ragione, Scott, eravamo come biglie nel mucchio
“Hai ragione.”
gli dissi.
Ne aveva da vendere, e quella era la prima volta che la sua ragione potesse servire a qualcosa, per davvero.
In mezzo agli spari e ai cadaveri non te ne facevi niente di essere nel giusto, se non eri abbastanza rapido non ci arrivavi al momento seguente.
Non lo sapevo se ci sarebbe tornato a Portland o se fosse davvero stanco di tutto, troppo per poter continuare anche solo a stare li su quella barca, davanti a me che avevo smesso di remare e non mi ero mai sentito così tanto inutile in vita mia.
Non lo sapevo cosa avrebbe fatto una volta sceso da li, né sapevo cosa avrei fatto io
“Lo sai che dovrai cambiare nome, vita, tutto quanto?”
mi disse
“Siamo disertori.”
Lo sapevo bene cosa eravamo, non eravamo più Marines, non eravamo più combattenti per la Patria; per quelli come noi la sedia elettrica era il minimo.
Lo vidi erigersi contro il diluvio, come un grizzly
“Levati da li.”
mi fece cenno di allontanarmi
“Che vuoi fare?”
mi prese per l’avambraccio e mi scaraventò dall’altro lato
“Ti ho detto di levarti da li.”
Si sedette e cominciò a remare
“Non avevi detto che eravamo fuori pericolo?”
“Sono stanco.”
e si era levigato la fronte con il palmo della mano
“Stanco di che?”
“Stanco di attendere.”
“E dove andiamo?”
sbuffò
“Alla deriva andiamo; che te ne pare?”
Avrei voluto mandarlo al diavolo ma non avrebbe cambiato nulla.
Così lo guardai remare, con rabbia e con foga, con passione e con rassegnazione.
Scott ci era nato per fare il leader e se di qualcuno dovevo fidarmi, fosse anche per andare a morire, lui era quel qualcuno
“Da qualche parte finiremo prima o poi.”
annuì
“Contaci.”
Da quel momento in poi non parlammo più e la possente esplosione del cielo fu l’unica compagna di viaggio che ci rimase, con le biglie, che rotolavano lungo la barca per inerzia e nessun altro motivo, perché tanto alla fine conta quello, conta restare a bordo.

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