I’m stepping out

Posò lo sguardo sulla sveglia e si alzò di scatto dal letto
“Dove vai?”
gli chiesi.
Mi disse che non lo sapeva, che era tardi, che tanto non sarebbe cambiato nulla se fosse rimasto.
Ma io non ero d’accordo e glielo dissi
“E allora che fai? Mi molli così? Senza un saluto?”
“Che vuoi che ti dica?”
E che doveva dirmi? Niente, ovvio. Ormai l’aveva deciso di partire ed io non contavo più.
Si infilò la camicia, quasi a malincuore, guardandosi allo specchio appeso al muro, proprio sopra il comodino dove aveva lasciato il rosario.
Allungai la mano e glielo porsi, dandogli due colpetti con un dito sulla schiena.
Lui girò la testa mentre abbottonava il colletto; si fermò
“Non vorrei lo lasciassi qui, sai.”
me lo prese di mano e se lo infilò al collo
“Grazie.”
Ogni parola una sentenza, un colpo di martello. Non che fosse di molte parole al solito, per carità, ma tutto era più cupo lì, e lui sembrava non rendersene neanche conto
“Vedi che non mi troverai più.”
gli avevo detto
“Quando?”
“Una volta tornato.”
ma lo sapevo che non sarebbe tornato
“E chi ti dice che tornerò?”
aveva detto lui, come per zittirmi
“Se dovessi farlo sappi che io non ci sarò ad aspettarti.”
e avevo assestato un pugno al cuscino.
Si passò le due mani sulla camicia per appiattire le pieghe e si gettò i capelli biondi all’indietro, come sempre faceva. Io lo sapevo che prima o poi se ne sarebbe andato, ma mica per me, mica per me. Era fatto così, non ci sapeva stare nello stesso posto.
Non era nato per vivere a lungo o per fare carriera.
Se glielo chiedevi non te lo sapeva dire che ci stava a fare al mondo, sembrava che per quarant’anni nessuno glielo avesse fatto notare, nessuno gli avesse detto
“Oh, ma guarda che sei vivo.”
Morto ancor prima di nascere, eppure io me ne ero innamorata, chissà poi perché.
Distante anche da se stesso, con un vestiario da far schifo ed un silenzio tombale in ogni suo passo; Albert non ne sapeva niente di come stare al mondo.
Ma se ne stava ancora lì, davanti al comodino, nel suo angusto contorcersi di ossa, muscoli, carne e pelle. Occhi aperti e sguardo assente; andato, andato chissà dove
“Non mi dimenticherò di te, lo sai questo?”
annuì, sorprendentemente, accompagnando l’inaspettato gesto con un respiro profondo
“Neanche io.”
Abbozzò un sorriso nel volgere il suo volto verso il mio, ma se ne stette lì, fermo, con le mani affondate nelle tasche dei jeans
“Addio.”
Me lo disse con un cenno del capo, recuperò la giacca dal bordo del letto e si incamminò a passo spedito verso la porta
“Albert!”
si fermò dandomi le spalle
“Sì?”
“Fa’ buon viaggio.”
Annuì, abbassò la maniglia, aprì la porta ed uscì.

*

Mi aveva detto che mi amava mentre si accendeva una sigaretta.
Fumava le Chesterfield e ne andava fiero, diceva che erano meglio delle altre, che se ti uccidevano ti uccidevano con grazia.
Così mi aveva detto che mi amava e poi aveva lasciato cadere la cenere sulla spiaggia, nel cumulo d’ombra che si era formata sotto l’ombrellone.
Io avevo gli occhiali da sole e guardavo il mare
“Sei sicuro?”
gli avevo chiesto
“Sì.”
mi aveva detto lui, e si era fatto un altro bel tiro, inspirando a fondo.
Non se ne era mai parlato di amarci ed era la prima volta che mi diceva qualcosa che davvero riguardasse me e lui, di solito si curava solo di darmi un bacio, bello, appassionato, di stringermi tra le braccia e di darmi due colpi, che non erano mai due
“Come mai quest’idea?”
e mi ero sollevata gli occhiali da sole per guardarlo meglio
“Stai bene?”
gli avevo fatto.
Lui aveva riso ma non era per ridere e lo sapevamo entrambi e mi era bastata quella di risposta e sapevo di non potere chiedere di più
“Va bene.”
gli avevo detto
“E ora che cambia?”
“Che cambia?”
aveva detto lui, accavallando le gambe e rischiando di rovesciare la sdraio
“Eh. Che cambia?”
avevo ribadito io
“Non lo so.”
e si era grattato il ginocchio
“Dimmelo tu.”
Il fatto è che a me cambiava tanto ma non sapevo dirglielo e allora era così difficile che dovevo per forza prendermela con lui
“Dici ti amo e non sai che cambia?”
lui aveva risposto sicuro
“L’ho detto io a te; a te che cambia?”
“Vaffanculo!”
gli avevo fatto, ma sapevo che aveva ragione, come hanno sempre ragione quelli che parlano solo quando hanno qualcosa da dire.
C’erano tre bambini che si lanciavano un pallone da calcio, di quelli in cuoio, quelli pesanti, se lo lanciavano dal bagnasciuga fino a poco dopo la riva e c’era uno di loro che faceva il portiere ed era bravo, si tuffava con coraggio e acciuffava ogni tiro sprofondando nell’acqua
“Ti danno fastidio?”
mi aveva chiesto
“Chi?”
“I marmocchi, dico.”
e gli aveva indicati con il quasi mozzicone che pendeva dalle sue dita
“No.”
e avevo incrociato le braccia
“Perché mai?”
“Che ne so.”
aveva fatto lui
“Però il ragazzino è bravo, ci sa fare.”
e io avevo annuito perché era davvero così e lo sapevano anche i suoi amici, che rimanevano sorpresi sempre di più.
Le prendeva con la destra, con la sinistra e le prendeva più potenti e dirette e più angolate, lente e precise
“Ci sa proprio fare.”
aveva ribadito, facendomi cenno di passargli il posacenere
“Grazie.”
e io gli avevo detto “Prego.”
Poi mi ero alzata perché faceva davvero caldo e volevo sentire l’acqua sulle dita dei piedi, che sembrava ancora gelida perché era presto e quando è ancora presto ci mette un po’ per scaldarsi, così avevo abbassato gli occhiali da sole e mi ero portata appresso il cappello, uno di quelli dei senegalesi che compri solo perché ne hai combinata una grossa durante la settimana e ti senti in colpa
“Vado a vedere com’è l’acqua.”
gli avevo detto
“Vai.”
mi aveva fatto, prendendo il giornale dalla borsa che si era portato appresso solo per mettercelo dentro
“Poi mi fai sapere.”
E ce n’era da sapere sul mare e sulla temperatura dell’acqua e poi ce n’era da sapere sul “Ti amo” ma quello veniva dopo come dopo venivo io
“Non mi schizzate però, eh.”
avevo fatto ai due ragazzini che stavano fuori e si preparavano ad assestare un calcio al pallone
“Siete bravi ma non mi schizzate.”
e avevo infilato un piede nell’acqua che era davvero fresca
“Va bene signora.”
mi aveva fatto uno dei due, che era quello che stava per tirare, forse il più grande dei tre
“Però lei stia attenta.”
e io avevo sorriso ma non sapevo davvero a cosa avrei dovuto stare più attenta, così gli avevo detto di divertirsi e lui aveva preso la rincorsa e aveva spedito il pallone oltre le braccia dell’amico, che si erano allungate come troppi punti di sospensione, e aveva fatto goal.
Lui aveva esultato da sotto l’ombrellone, lanciando quasi il giornale per aria e dicendo che se lo meritava lo stronzetto e io avevo riso e quella risata allora valeva davvero qualcosa e forse la risposta al suo “Ti amo” era tutta li, ma non glielo avevo detto e avevo sotterrato i miei piedi nella sabbia, lanciando uno sguardo al ragazzino che le aveva prese e che se ne stava li, con le mani impantanate nell’incazzatura e nell’acqua, a maledire gli unici che se ne stavano lì con lui a perdere tempo e rimandare tutto il resto, anche il futuro.

*

La domenica mattina Albert andava in chiesa e io preparavo il pranzo e ascoltavo la radio e a volte la musica era buona e mi veniva meglio cucinare.
A volte lavavo per terra e passavo lo straccio sui vetri del salotto.
Alle nove era la sua funzione preferita, il sermone migliore
“Dovevi esserci.”
mi aveva fatto una volta, prendendo una salsiccia dalla padella e facendola atterrare sul piatto come un missile
“A far che?”
e avevo bevuto il vino
“A sentire cosa diceva.”
e aveva azzannato una patata
“A sentire che diceva il tuo prete?”
e mi ero alzata da tavola, stufa delle sue storie della domenica sulle prediche, che a me sembravano sempre le stesse
“Non ci sei mai venuta con me.”
me lo aveva detto perché era vero ma non mi importava e così gli avevo detto di mangiare le patate e di non fare tante storie, che la giornata era bella
“C’è il sole. Portami fuori.”
e aveva detto di sì, che mi ci avrebbe portata
“Non in macchina.”
“Perché?”
gli avevo fatto io
“C’è il sole.”
e aveva indicato la finestra che era aperta e ben illuminata
“E poi mi va di camminare, oggi me lo sento proprio.”
e si era arrotolato le maniche della camicia su fino al gomito che era uno spuntone di roccia.
Allora avevo fatto di fretta nello sparecchiare la tavola e lui stava già fuori, rigido sotto il sole che colpiva duro
“Sbrigati.”
mi aveva urlato, ficcandosi le mani in tasca.
Ma lo sapevo già che dovevo sbrigarmi perché era sempre così che andavano le cose e poi glielo avevo chiesto io di portarmi fuori e questo le rendeva meno complicate o complicate solo per me.
Avevo un bel vestito non troppo corto, nero o blu scuro che fosse e aveva dei fiori, tanti piccoli fiori bianchi che lo tempestavano e mi piaceva vedermelo addosso davanti allo specchio, così l’avevo indossato e mi ero detta che ancora mi piaceva, forse di più delle altre volte ed era un bene averlo comprato
“E’ bello.”
mi aveva fatto lui, mentre chiudevo a chiave il portone, ancor prima di voltarmi
“Lo so.”
ma avevo sorriso, andandogli incontro e porgendogli il braccio così che potesse tenermelo stretto e così era stato; l’avevo amato davvero.
C’era quasi niente di aperto la domenica pomeriggio, poi con quel caldo neanche i bambini o le coppiette di adolescenti che dividono il gelato
“Solo Dio la domenica.”
mi aveva detto, in risposta alle mie domande.
E che fosse un giorno così lo si capiva e forse lo sapevo anche io, in qualche modo, lo credevo e lo leggevo nel suo sguardo che era più di un sermone e più dei Sacramenti
“Dovresti venire anche tu in Chiesa ogni tanto.”
e io avevo annuito perché non sapevo che rispondere e annuire non è una risposta come non lo è farlo in Chiesa e non lo è un “Amen”.
A me bastava averlo liì, che mi tenesse il braccio stretto e mi portasse a vedere gli alberi e le strade vuote dove potevamo camminare senza i clacson e le invidie verso quelli più belli e più giovani di noi.
Ed erano così tanti che ogni volta scomparivamo dietro i loro passi e i loro sorrisi
“Albert.”
gli avevo detto, tirandogli un po’ la manica della camicia
“Sì?”
aveva fatto lui
“Ti va una birra?”
e aveva detto di sì
“Va anche a me.”
gli avevo detto
“Vorrei la bevessimo ora, insieme.”
e continuavo a pensare alla domenica e a noi due senza una meta e senza un ostacolo
“Fresca, anche ghiacciata va bene.”
E c’era un bar aperto, poco più in la, così era entrato e ne aveva prese due e ci eravamo seduti sulle altalene del parco giochi; neanche un bambino
“La apri?”
gli avevo chiesto, porgendogliela, mentre si dondolava, tenendosi con sicurezza alle catene quasi per paura di cadere.
Così si era fermato, assestandosi sulla ghiaia con i grossi scarponi che portava per tutto l’anno e mi aveva preso la birra di mano, per aprirla con l’accendino.
Poi plop e il gas che sibilava dal collo della bottiglia
“Tutta per te.”
e me l’aveva restituita, tenendosi l’accendino fra il pollice e l’indice della mano destra
“Mi andava proprio.”
gli avevo detto io, facendo il primo sorso che era davvero fresco e buono.
Aveva messo la mano sulla mia gamba nuda, quella sinistra, e mi aveva accarezzato dicendomi che gli piacevano davvero così come erano fatte e poi quel vestito era tanto di guadagnato e ancora avevo pensato di amarlo perché era una bella giornata e avevo voglia di baciarlo forte e non lasciarlo più andare, farmi stringere e passare così la vita, su quella altalena.
Aveva ripreso a dondolarsi con la sicurezza di un bambino e l’attenzione di una madre e io ero un padre distante che guardava con amore ciò che non poteva controllare e forse neanche capire.
Distante così tanto da riuscire a vederlo in ogni particolare.
Albert le aveva provate tutte per non finire come tanti e continuare ad andare ma le cose avevano preso un’altra direzione e non ne aveva più voluto sapere di crescere
“Sai cosa penso?”
e si era tirato su con un faticoso colpo di reni
“Che pensi?”
gli avevo chiesto
“Sarebbe bello partire, non tornare più.”
e la birra sembrava dargli ragione nello scendere sempre più a fondo e risultando essere soltanto voglia di andare in bagno
“Dove andresti?”
e lui aveva sorriso
“Via.”
Ed era una risposta che doveva bastare e lo sapevo, ma glielo avevo chiesto se un posto per me ci sarebbe stato nel suo andarsene via e lui se ne era stato zitto e aveva continuato a bere.
Poi si era chinato sulle ginocchia proprio davanti a me e mi aveva baciato sulla fronte per rassicurarmi e dirmi che erano solo fantasie e che il cielo era davvero limpido quel giorno
“Finisci la birra e andiamo a casa.”
mi aveva fatto ed io, chissà perché, l’avevo finita davvero in un sorso e mi ero alzata, passandogli una mano tra i capelli sudati.
Ci eravamo incamminati verso casa, tutta la strada a ritroso e una lenta combustione nei vestiti tra la pelle ed il tessuto che rendeva le cose difficili.
Mi teneva ancora il braccio stretto nel suo ed eravamo lenti nei passi che cercavo di contare.
Aveva detto che avrebbe voluto sdraiarsi sul letto insieme a me e tenerci per mano e io ero d’accordo, glielo avevo detto con un bacio sulla guancia.
Poi di baci si andava a finire con le cose serie di solito e le cose serie portavano ancora ad altri baci ma ci eravamo soltanto sdraiati e il soffitto ci teneva con i piedi per terra, con la realtà incrostata tra le unghie dei piedi
“Era bello oggi il sole.”
aveva detto lui, mentre mi accarezzava la mano, stringendola senza farmi male
“Era bello.”
E non so quanta importanza avesse stare insieme o separati ma sentivo che non era poi così tanto difficile trovare un motivo per starcene ancora lì, senza pensare al giorno dopo o al giorno prima e perfino al sole che era così bello ma dentro quella stanza non c’era.
C’eravamo soltanto io e lui, due carte scoperte; in attesa che qualcuno facesse un’altra mossa.

*

Albert se ne era andato e questo voleva dire tante cose.
Ricominciare a piangere, prima di tutto. A comprare fazzoletti, a non badare al bruciore negli occhi rossi ed umidi che restavano così per ore e illuminavano il buio ogni volta che la luce non c’era.
Aveva detto che non sarebbe tornato e sapevo che era la verità.
Stava chissà dove e non ne potevo sapere niente, per quanto mi mancasse non erano affari miei, non più.
Avevo comprato una tazza nuova per il latte e l’avevo messa sul lavandino della cucina, facendo spazio tra le forchetta della cena e un bicchiere mezzo vuoto d’acqua che stava li ormai da qualche giorno.
Era una bella tazza, a poco prezzo.
L’avevo trovata in uno scompartimento di un negozio di addobbi natalizi ma non aveva niente a che fare con il Natale e questo dopotutto andava più che bene.
La commessa era stata gentile e mi aveva chiesto se volessi un pacco regalo, così le avevo detto di sì
“Ha un nastro dorato?”
e mi aveva fatto cenno con il capo di sì
“Glielo arriccio?”
mi aveva chiesto, riponendo la tazza tra la carta luminosa e iniziando a ripiegarla su se stessa con esperienza
“Un bel ricciolo.”
e l’avevo disegnato nell’aria, come per dirle che lo volevo esattamente così, proprio come l’avevo appena disegnato.
Aveva lavorato di forbice ed era uscita una cosa carina, decente tutto sommato
“E’ per qualcuno di importante, vero?”
aveva detto, appiattendo la targhetta con il nome del negozio sopra la carta
“Qualcuno a cui tengo.”
le avevo risposto, così me l’aveva porta e l’avevo pagata.
Ora stava lì sul lavandino e faceva il suo dovere di ricordarmi che della vita me ne importava ancora qualcosa e che Albert non era tutto ma c’era tanto altro, come gli addobbi natalizi e gli scontrini e i nastri arricciati e le commesse gentili.
È una vita semplice dopotutto, se non ci badi a certe cose.
Volevo innamorarmi ancora ma questo non lo era.
Un collega di lavoro mi aveva invitato a cena e io avevo accettato.
Era un ristorante piccolo, poche persone.
Lui era stato cordiale, aveva pagato per entrambi e poi mi aveva accompagnato all’uscita facendomi passare per prima dalla porta.
Avevamo camminato e mi aveva detto che gli piacevo e che mi dispiaceva per Albert e di tutta quella faccenda
“Cose che capitano.”
avevo detto io, e lui mi aveva stretto i fianchi e mi aveva dato un bacio, breve, un tocco quasi impercettibile.
Gli avevo sorriso perché ne avevo bisogno e lui aveva degli occhi azzurri che mi piacevano tanto e sembravano dei pesciolini, di quelli nelle sacchette di plastica che si vincono al Luna Park e durano solo pochi giorni, ma quando se ne vanno via ti dispiace così tanto che vorresti non averli mai vinti.
I suoi occhi erano così.
Poi mi aveva chiesto se volessi passeggiare ancora e gli avevo chiesto di riportarmi a casa perché era tardi ed avevo freddo, così mi aveva aperto la portiera e l’aveva richiusa sempre con la stessa attenzione.
Aveva messo in moto e acceso la radio che passava un notiziario e poi qualche canzone che si sentiva nei bar e mi aveva chiesto se mi andasse di rivederci
“Perché no?”
gli avevo fatto io
“Sono stata bene.”
ed era davvero contento, mentre guidava e mi portava a casa seguendo le mie indicazioni tra un semaforo rosso ed un incrocio semivuoto
“Allora ti passo a prendere domani sera alle nove?”
mi aveva detto, volgendosi verso di me
“Sì.”
e gli avevo accarezzato il viso e a lui era andata bene così, non aveva chiesto altro.
Poi a casa avevo pianto e avevo preso sonno tra i singhiozzi.
La sera dopo avevo già cenato così era andata per un gelato e questa volta avevo pagato io per entrambi perché mi sembrava giusto fosse così e lui non aveva fatto neanche troppe storie
“Se ti va, mi sta bene.”
aveva detto.
Era sincero, non aveva niente da perdere nel farmi pagare un gelato.
L’avevamo mangiato camminando e aveva insistito perché provassi un morso del suo che era al melone e al pistacchio ed era un azzardo come gusto ma sapeva di qualcosa e non era così male
“Bisogna provare le cose.”
aveva detto lui, e magari parlava davvero del gelato ma gli avevo detto che era vero e gli avevo dato un bacio che si era sporcato della crema del mio cono che ci aveva intonacato le labbra di bianco.
Eravamo andati da me e accendendo la luce aveva notato la tazza sul lavandino e mi aveva chiesto perché stesse lì in bella vista
“Era così carina.”
e lui aveva sorriso.
C’era una bottiglia di vino bianco in frigorifero e così avevo proposto un bicchiere che aveva accettato e l’avevamo bevuto seduti sul divano uno accanto all’altra e così la bottiglia si era svuotata ed entrambi avevamo una gran voglia.
Ci eravamo spogliati e l’avevamo fatto li sul divano, perché cambiava poco o niente.
Lui era delicato e mi accarezzava i capelli spingendosi dentro di me e mi piaceva come mi toccava e lasciavo che andasse avanti.
Quando l’avevo chiamato “Albert” era venuto e mi aveva chiesto scusa e gli avevo detto che non faceva nulla
“Scusami tu”
avevo risposto.
Ma neanche a lui importava che l’avessi chiamato così.
Era un bell’uomo e questo bastava a non farlo soffrire o a spezzargli l’entusiasmo.
L’avevo invitato a letto e ci eravamo toccati ancora un po’ per poi addormentarci nudi sotto le lenzuola.
Ci eravamo frequentati per tre mesi e poi l’avevano trasferito e così era finito tutto e per me non era cambiato nulla e pensavo che i suoi occhi che sembravano pesciolini avessero il diritto di nuotare da qualche altra parte.
Poi il mio cuore era un abisso e i pesciolini d’acqua dolce non sono abituati a certe profondità.
È una questione di spazio e soltanto di questo.

Roberto Mura

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