Il frastuono delle parole


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Etèocle si inoltrò tra i porticati della stoà Pecile, rimanendo nascosto tra le fila dei discepoli che ascoltavano Antifonte: «Gli antichi consideravano dèi in virtù dell’utilità che ne derivava, il sole, la luna, i fiumi, le fonti e in generale tutte le cose che giovano alla nostra vita, come il Nilo per gli Egiziani. E per questo il pane era considerato come Demetra, il vino Dioniso e l’acqua Poseidone» sospirò. «Così parlava Prodico, con il quale ammetto di avere avuto più di una discussione. Ma su questo aspetto come dargli torto? Siamo circondati da elementi più grandi di noi da cui dobbiamo difenderci e allo stesso tempo di cui abbiamo bisogno. Come dice Prodico, per gli antichi la via più facile era quindi venerare qualcuno che si occupasse di dare loro il benessere. Ora non più».

Un giovane dalla voce stridula chiese curioso: «Perché maestro? Gli dèi regolano la nostra vita, è normale che esista una scala gerarchica di padroni e schiavi, e che le leggi ci diano l’ordine. Perché ora dovremmo ribaltare questa natura generale delle cose?».

«Perché abbiamo fatto un passo in avanti e perché credo nella giustizia. Non possiamo più accontentarci, sta a noi cogliere le forze che la natura sprigiona e metterle al nostro servizio; come dice Prodico, è necessario puntare alla virtù, ovvero l’impegno dell’uomo a costruire un mondo dove non sia necessaria la legge per garantire i diritti. Il nostro fine è inquadrare il dolore che permane sia noi in stessi che la nostra società, costruire la nostra umanità, in armonia col mondo naturale in cui viviamo. Questo è un mondo superiore a noi, dal quale però nasciamo e al quale dobbiamo tutto; il compito più nobile, oltre che il più complicato, è dunque vincere le nostre passioni egoistiche, arroganti, di conquista e potere, ovvero tutti quegli aspetti individuali che ci impediscono di raggiungere la naturale eguaglianza e convivenza pacifica. Divisi, in costante lotta fra noi, siamo deboli. Se poniamo invece l’educazione alla base di ogni uomo, noi tutti, basandoci sulla nostra comune ragione e razionalità, ci possiamo elevare.»

«E lo scopo finale quale sarà?»

«Ritenerci parte di un insieme, in cui il dolore è svanito, e in cui la società umana, senza servi né padroni, convive pacificamente. Senza leggi astruse e cavillose che impediscano l’armonia fra gli uomini. Con questo direi che vi ho lasciato fin troppe domande, avremo modo di ampliare più avanti questi argomenti. Ora lasciate distendere i miei nervi tesi a teatro.»

I giovani ateniesi si dileguarono tra le vie di Atene, parlottando tra volti confusi ed espressioni accigliate. Solo Etèocle rimase al fianco del filosofo e incamminandosi per la lunga via che portava al teatro, gli chiese un paio di spiegazioni riguardo la sua lezione. Antifonte tuttavia non si mostrava interessato alle sue domande. Si accarezzava la nuca rada, corrugando la fronte per mettere in ordine pensieri confusi, mostrandosi più imbronciato e preoccupato del solito;

«Vedo che segui con particolare curiosità le mie lezioni» mormorò all’improvviso senza degnarlo di uno sguardo. «Noto molti dubbi da parte tua, ma ciò mi sprona. Trovo sempre positivo cercare la verità. Cosa pensi di quello che stai incominciando a conoscere?»

«Ammetto che mi sta stravolgendo tutto, ma sono felice di vedere le cose da più punti di vista.»

«Esattamente! Bisogna avere una visione più ampia. Sai, su di noi si dicono tante cose. Ci chiamano sofisti, ma chi è il sofista? Accomunano in una casta tutti coloro che come me si pongono domande per denunciare le loro opere. La maggior parte di noi neanche si conosce in realtà, ma tra le sfere alte ci vogliono far passare tutti come nemici dello Stato e sanguisughe sociali. I democratici ci accusano di voler rovesciare i tribunali, la Boulè e imporre un regime aristocratico, viceversa gli aristocratici ci accusano di voler ammaestrare con vuote parole l’ultimo di tutti e porlo alla guida alla città. Io ti chiedo allora, sono le leggi dello stato che permettono a chiunque, anche al più idiota, di risalire le cariche cittadine o siamo noi i corruttori dei potenti alla ricerca del potere? La maggior parte di noi mette a disposizione il suo sapere, ovviamente per un compenso. Anche chi indaga l’anima ha bisogno di mettere qualcosa sotto i denti.»

I due presero posto tra le gradinate del teatro ed Etèocle si lasciò ancora una volta affascinare dalla consueta compostezza del filosofo. Rizzandosi sulla schiena, con le mani appoggiate sulle cosce, lo guardò attraverso le piccole pupille, quasi inespressive, e cercò di metterlo in difficoltà:

«Di tutto questo si parla in ogni angolo della città: nei teatri, nei tribunali, in piazza e credo anche tra i sobborghi cittadini. Vi accusano di alimentare la tensione serpeggiante in città, di non essere fedeli alle istituzioni e di dividere la cittadinanza»

«Io credo nella concordia e nel compromesso fra le parti. Il più forte non avrà mai la meglio se ogni uomo si eleva dalla misera condizione sociale, politica o psicologica in cui nasce, ma c’è bisogno di qualcuno che gli insegni queste cose. Proprio per questo l’accusa che rivolgono a noi è da rigirare al sistema politico ateniese, che porta queste divisioni; sono le scelte politiche fatte negli ultimi anni a mettere su due piani diversi i vincenti, gli armatori, i guerrafondai rispetto al resto della popolazione. Dividere costantemente, secondo il pensiero unico e punire chi non si adegua, sia all’interno di Atene sia fuori, tra le città dell’alleanza. Ma chi ha portato a tutto questo?» a quelle parole seguì un lungo silenzio e qualche sospiro.

«È un mondo in continuo stravolgimento Etèocle, ed è difficile trovare cause certe al cambiamento, ma se non mettiamo in discussione ciò che vediamo, come possiamo farlo rispetto agli dei e al mondo metafisico? Dobbiamo indagare la natura dell’uomo e i suoi bisogni primari, come anche le azioni che ne scaturiscono. Prendi Atene. Tra coloro che hanno fatto grande questa città, al vertice si pone Pericle, ma come si fa a non ammettere che il suo operato sia pieno di contraddizioni? Non è stato l’illuminato che tutti pensano, credimi. La sua scalata sociale ha imposto sogni di rivincita a ogni cittadino, ma a quale prezzo? Ha guidato davvero i cittadini o dava loro la mancia di turno per tenerseli buoni? Sai chi fu Efialte?»

«Mio nonno me ne parlò, lo riteneva un uomo buono e propositivo: non ero ancora nato quando morì.»
«Come credi sia stato fatto fuori? Assassinato! La scalata ai vertici comporta delle scelte difficili e sono queste leggi che ce lo permettono.»
Etèocle rispose stizzito: «Perché prima non mi hai mandato via insieme agli altri discepoli?».
«Per farmi compagnia a teatro in questa calda mattinata, non è ovvio?»
«Sto imparando a conoscerti e non ti credo», sul viso di Antifonte si palesò un leggero ghigno.
«Voglio scoprire bene chi sei, Etèocle. Mi colpisci. Dalla prima volta che ti ho scorto, ho capito che quello che vedevi non ti piaceva, e stavi cercando qualcosa o qualcuno per emergere.»
«Io non cerco proprio nessuno.»

«Oh sì, ma ancora non lo sai. Sei tu che sei venuto a chiedermi di mostrarti la via o ti sto costringendo? Volevo vedere se il potere attrattivo, seducente, ma anche opprimente e totalizzante di questa città ti avesse ammantato con le sue promesse: non mi sembra sia così e ne sono lieto. Ma non è più tempo di guardare solo al proprio orticello, mio giovane allievo. C’è un mondo fuori da esplorare e con cui mettersi in contatto per scoprire cose nuove. Noi Ateniesi, noi Greci abbiamo navigato in lungo e in largo dalle coste della Sicilia alla mitica Colchide, accordandoci con i popoli locali per guadagni comuni. Ed è ancora più grave vedere che tutti i paesi dell’Ellade, la nostra grande casa, si sentano uniti in un’unica stirpe, ma che non esiterebbero a conficcare un pugnale nella carne del proprio vicino.»

«E qui che non riesco a seguirti! Pericle parlava di ciò. Auspicava un’alleanza di tutti i Greci sotto la guida di questa città e di un regime democratico che elevasse ogni uomo a giudice di se stesso. La democrazia l’abbiamo inventata noi!»

Antifonte sospirò e si accarezzò la nuca scoperta dai capelli bianchi. Si distese sui gradoni appoggiando le mani dietro di sé, sulla pietra liscia, invitando Etèocle a fare altrettanto; il tepore del sole riscaldava le membra grinzose del filosofo, mentre questi era in procinto di riallacciare il discorso.

«Pericle è stato grande per aver permesso a molti di noi di coltivare il sapere e diffonderlo ad Atene, di far giungere pensatori e filosofi qui, in questo centro di cultura, di incontri e di speculazione filosofica, ma è proprio qui che si sta diffondendo il germe. Il germe di chi blocca il nascere di nuove idee e pensieri. Con azioni repressive e reazionarie vogliono fermare questo processo di crescita che noi filosofi incameriamo. Il cittadino ateniese è colmo di orgoglio e di supremazia e crede di poter imporre il proprio modello a chiunque, ma in questo modo non si rende conto di cadere nell’hybris, l’arroganza di chi non accetta i propri limiti e che già una volta ha sconfitto i Persiani quando sono giunti qui.»

«Anche tu sei Ateniese. Perché ti esprimi in questo modo?»

«Io non mi sento parte di tutto ciò. Veniamo accusati di rompere l’equilibrio della comunità non rispettando le istituzioni, ma sono coloro che occupano le cariche a rompere questo equilibrio. L’Atene che aveva in mente Pericle è irrealizzabile; quella che vediamo adesso è figlia di decisioni prese da Pericle e dal suo seguito, e che l’hanno guidata verso un destino certo: o il continuo conflitto tra le parti, o la fine. Le riforme democratiche approvate hanno portato troppi incompetenti al potere: non c’è più qualcuno che guidi il popolo ma è il popolo che pretende di seguire i propri capricci in base a passioni singole, per convenienza, attaccando le classi sociali opposte! La guerra è frutto di un circolo vizioso. La maggioranza che chiede il proseguimento del conflitto è la stessa parte dei cittadini che ottiene lavoro e compenso per le azioni militari. La classe dei teti è quella che più disprezzo: uomini della più bassa estrazione sociale che hanno trovato nella Marina in continuo armamento, nei cantieri del Pireo e nelle fabbriche di armi, un ottimo modo per sopravvivere. Siamo stati tutti ingannati. Come Eracle, circondato e ucciso dal mantello della menzogna, noi siamo stati abbindolati dall’impostura del futuro radioso di Atene e trascinati nella democrazia più degenerata.»

Il frastuono degli spettatori aumentò sensibilmente nei minuti successivi, quando i cunei del teatro si riempirono sistematicamente. Indifferente a quei brusii, Etèocle rivolgeva il suo sguardo contorto al volto scarno di Antifonte, che palesava una disinvoltura senza pari nel parlare.

Ma più che risposte, Etèocle sentiva un turbinio di emozioni e domande girargli per la testa, frastornandolo. Si massaggiò delicatamente le tempie, riordinando le idee; Antifonte perlustrava invece l’orchestra intorno a sé, le macchine sul palcoscenico e tutto il teatro ormai completamente stipato di gente. Passato qualche minuto di silenzio, inspirò fortemente, poi mormorò: «Per capire chi sei devi prima capire bene in che mondo vivi, Etèocle. Compiuto questo percorso giungerai alla ricerca della tua interiorità. Quello che posso consigliarti è di viaggiare e confrontarti con altre culture e cercare un nuovo modo per guardare te stesso. Ora facciamo silenzio: stanno entrando gli attori».

Fabrizio Roscini

Racconto tratto dal romanzo “La verità del sangue”, di Fabrizio Roscini (Leone editore, 2019)

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