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Anedonia


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Il treno era in ritardo di ventitré minuti. Ventitré si scrive con l’accento sulla “e”. Non so se il capotreno era a conoscenza di questa cosa, non so se sapeva che tutti i numeri che finiscono con “tre”, eccetto il tre, hanno bisogno dell’accento sulla “e”. Accento acuto, non grave. Non so se il signor capotreno sapeva che nel linguaggio dei sordi ventitré vuol dire stupido, o che nella smorfia vuol dire scemo, o che il sassofono ha ventitré chiavi, o che è un numero felice. Le sapeva queste cose il capotreno? Lo sapeva che il mio pranzo con Marietta non ci sarebbe più stato? Lo sapeva?
“Signor capotreno, lo sa che il treno è in ritardo di ventitré minuti?”
“E pensa, potevano essere di più se fosse in ritardo di ventiquattro minuti.”
“Concordo”
Mi appoggiai al sedile, appoggiai la testa alla parte superiore del sedile. Accavallai la gamba destra su quella sinistra, osservando il panorama che diventava a righe, per la velocità tra l’altro esigua.
“Marietta, il treno è in ritardo” le dissi, parlando vicino a dei piccoli forellini.
“C’avrei scommesso, Rinaldo” mi disse, parlandomi da dei forellini vicino al mio orecchio.
“Non ci posso fare niente…”
“È uguale, tanto non ho fame. Ho mangiato a colazione due pacchi di biscotti e un litro e mezzo di latte. A metà mattinata mi sono presa due crostate e un panino con i sottaceti.”
“E hai trovato anche il tempo di lavorare?”
“No… sono rimasta indietro. Il capo mi ha sgridata. Rinaldo, ho tanta fame. Perché non sei venuto a pranzo?”
“Marietta, il treno è in ritardo.”
Riattaccò. La mia dolce balenottera bianca. Chissà cosa indossava oggi? Quel vestito rosa che la fa sembrare una caramella? O quel vestito blu che la fa sembrare una demente? Con quella scollatura enorme, eppure non provocante. Come fa ad essere provocante, povera ragazza? Come fa?
Arrivammo alla stazione alla quale dovevo scendere. Il capotreno mi salutò arricciandosi i baffi. Gli risposi toccandomi l’occhio sinistro. Insieme a me scese una vecchina di novantatré anni. Mi chiesi se sospettasse che novantatré si scrive con l’accento acuto alla fine. La vecchina mi guardò negli occhi il tempo che bastava per farmela odiare. Mi faceva schifo. Cosa avevano visto i suoi occhi che valeva la pena ricordare? Ma forse già non ricordava nulla. Sperai che cascasse sotto i binari. Sperai di cascare sotto i binari. Nessuno cadde. Ma la vecchina non si voltò più verso di me. Avevamo rischiato entrambi la morte, e lei non mi concedeva neanche un cenno di solidarietà. La odiavo.
Uscito dalla stazione, entrai nel parcheggio della Broda, la fabbrica di materassi. Seduti su due sedie, a un lato del parcheggio, c’erano Maicol e Paolo. Erano appoggiati allo schienale delle sedie, ridevano per qualcosa che non sapevo, avevano l’aria di essere un po’ ubriachi.
“Paolo, ciao. Ciao, Maicol”
“Ehilà, Rinaldo, è tanto tempo che non ci vediamo”
“Già, a parte stamattina”
“Stamattina ero sobrio, carissimo. È come se non ti avessi visto. Vuoi del vino?”
Mi porse un cartone bianco con una scritta verde “Vino di Marcello”. Non vedevo motivi per rifiutare, così ingoiai una lunga sorsata di quel liquido caldo, di cattivo gusto, eppure sublime. Le ombre sparivano, i dolori cessavano, chiunque poteva acquistare simpatia, brillantezza, tutto splendeva. Adoravo Paolo e Maicol. Avrei voluto che ci fosse anche la mia balenottera. E anche quella fottuta vecchina. E anche il capotreno. Gli avrei voluto fare qualche domanda sui numeri felici.
“Rinaldo, stavo raccontando a Maicol di come si diventa così vecchi come me” mi disse Paolo.
“Pensavo che Maicol fosse molto più vecchio di te.”
“Lo è, infatti. Ma non è mai riuscito veramente a invecchiare. Scivola da anni su un filo teso tra due grattacieli: la sua orribile infanzia e la sua probabile morte. Maicol, non puoi a quarantaquattro anni sposarti per la seconda volta, e pretendere che tua moglie abbia quattro figli.”
“Ma li ha avuti…”
“Sì, ma l’ultimo l’ha avuto a quarantasette anni. E davvero, vederla incinta a quell’età era orribile. Ti sei mai chiesto perché non sono voluto venire a farti visita per un anno intero? Non potevo vedere quella donna così rugosa e disfatta partorire un altro figlio di puttana.”
“Forse hai ragione, Paolo.”
“Non sapevo che ti fossi sposato, Maicol” dissi, a voce stranamente alta.
“Eh, è vero, è vero, mi sono sposato due volte. Una volta a sedici, una a quarantaquattro anni. Ho avuto dodici figli, ma vedi, non me ne è mai stato simpatico uno. Cioè… forse Milvano è l’unico con cui ho veramente legato.”
“Peccato che sia morto, povero ragazzo” disse Paolo.
“Non è morto” dissi io “l’ho visto un’ora fa sul treno…”
“Eh, mi sa che hai visto un fantasma. Ma hai ragione, anch’io a volte lo vedo sui treni. Gli erano sempre piaciuti, i treni. Da piccolo giocava sempre con le automobiline. E con gli aeroplani.”
Maicol si asciugò le lacrime con una foglia raccolta da terra. Prese il vino, che era finito. Ci rimase un po’ male. Paolo se ne accorse, prontamente tirò fuori quattro banconote da cinque euro e mi disse di fare una scappata al market gestito da pakistani.
“È a sei minuti da qui, se vai piano. Compra tanto vino quanto credi che ne serva.”
“Se mi dai venti euro, ne serve venti euro.”
“Concordo.”
“Aspetta, io ho tre euro” mi disse Maicol “se li metti insieme, formano un numero con un accento che precedentemente non c’era né nell’uno né nell’altro numero.”
“Concordo.”
Dopo sette minuti arrivai al market gestito da pakistani. Si chiamava “Red Garden”, e dietro al market c’era una sala per il karaoke. Veniva aperta solo il martedì mattina, e registrava sempre una scarsa partecipazione. Quando gli proposi di spostare il karaoke a sabato sera, mi risposero che non era corretto verso gli altri pakistani della zona. Concordai.
“Oh! Oh! Oh! Ciao Ronaldo!” mi salutò Ahmed.
“Rolando” lo corressi, sbagliando anch’io.
“Come stai, brutto bianco bastardo?” mi sorrise.
“Mi sono innamorato di una ragazza che non è la mia ragazza.”
“Come mai?”
“Non lo so.”
“Dove l’hai conosciuta?”
“In discoteca.”
“Come mai?”
“Perché abbiamo parlato.”
“È bella?”
“Non lo so.”
“La sua pelle è soffice?”
“Non lo so.”
“È simpatica?”
“Non lo so.”
“È la tua ragazza?”
“No.”
“Come si chiama?”
“Marella”
“Di dov’è?”
“Non lo so.”
“Di dove dice di essere?”
“Portogallo”
“Dov’era quando l’hai conosciuta?”
“In Italia.”
“Di che colore ha gli occhi?”
“Non lo so.”
“Mi dispiace, Rolando… ti vedo molto abbattuto.”
“No, preferisco del vino, se ce l’hai.”
“Quanto ne vuoi?”
“Ventitré euro.”
“Ventitre?”
“No, ventitré.”
“Torno subito.”
Entrò nella stanza del karaoke, e tornò con quattro bottiglie da due litri di plastica. Dentro, rosso come l’amore, risplendeva il vino. Gli diedi i soldi, non mi ringraziò e non mi salutò quando uscii.
Tornai dai miei amici, che erano scappati. Aprii una bottiglia, e, osservando il sole che non tramontava né albeggiava, mi sorpresi a chiedermi perché c’è bisogno di vino in questa vita. Me ne scordai, dopo un po’.
“Pronto” dissi. A sentirmi, a nessuno.
“Che vuoi?” invece qualcuno rispondeva, da qualche parte.
“Ti ricordi di me, bellissima?”
“Mi ricordo di te purtroppo! Mi ricordo di te sfortunatamente! Mi ricordo di te e ciò non lo sopporto! Mi ricordo di te e mi vorrei ferire con un vetro nella tempia!”
“Sono Rinaldo.”
“Sei Rinaldo purtroppo!”
“Rinaldo Panchetti. Oggi mi sono fatto la barba e ho pensato a te.”
“Perché?”
“Perché mi preferivi senza barba.”
“Ti preferisco morto!”
“Ma comunque sbarbato.”
Riattaccò e sentii una fitta al cuore. Due lacrime mi scesero dall’occhio alle labbra, e ne sentii il sapore di sconfitta. Mi sembrò tutto così vacuo, eppure tenero. Come se il male che le persone sprigionano mi cullassero dal male che mi sarei fatto comunque. Un male senza solitudine. Un male condiviso. Il vino mi aveva reso coraggioso. La richiamai.
“Marella” le dissi, tossendo due volte prima e tre volte dopo il suo nome.
“Ho riattaccato… perché mi richiami? Non capisci il linguaggio dei gesti?”
“Ventitré vuol dire stupido. È l’unica cosa che so.”
“Se ti riattacco vuol dire che non ti voglio sentire. Mi fai schifo.”
“Ma perché? Perché? Mi vuoi spiegare perché mi odi?”
“Non ti odio. Mi fai schifo. Hai una ragazza, Rinaldo. E non me lo hai detto. Mi hai trascinato nel tuo mondo infernale, promettendomi chissà cosa, e ti trascinavi dietro una cicciona stronza che non sa nulla di noi. Hai fatto male ad entrambe.”
“Forse hai ragione. Forse concordo.”
“Avevo i capelli blu, me li sono fatti castani solo per te.”
“Hai i capelli castani?”
“Sì. Perché tu li vuoi.”
“Marietta mangia sempre più. È insaziabile. E io non lo sopporto.”
Riattaccai. Non ce la facevo più. Mi alzai.
Erano le sei e mezzo, non era particolarmente freddo, e comunque non m’importava. Tenevo in mano tre bottiglie di plastica contenenti due litri di vino rosso ciascuna, e il peso mi sembrava insostenibile. Le persone mi guardavano male. Tra queste, riconobbi l’orribile vecchina del treno, alla quale regalai una smorfia, priva però della cattiveria che avrei voluto trasmetterle. Mi sentivo vuoto. Arrivai a casa.
Mi sedetti su una sedia e posai le bottiglie sul pavimento. Il mio cane Regolo mi venne ad annusare le scarpe, poi, con un gesto che interpretai di affetto, mi leccò le dita di una mano. Lo carezzai, vedendo in lui l’unico amore che potessi sostenere. Aprii una bottiglia. Andai a prendere un bicchiere in cucina, mi misi sulla poltrona. Iniziai a versarmi numerosi bicchieri di quello scadente, ma quanto sublime, vino rosso. Tutto si annebbiava. La mia mente trovava attraente cose che tre ore fa avrei trovato ripugnanti. Trovavo in me il coraggio di fare cose che non avrei mai potuto fare da sobrio. Presi il telefono. Sapevo che era un errore, ma non ce la facevo. Ero annebbiato.
“Pronto” mi disse
“Ciao, Maicol.”
“Come mai mi chiami a quest’ora? Lo sai che sono impegnato nella partita di scacchi con Elena.”
“Ho bisogno di parlare. Sono ubriaco marcio.”
“Tutti hanno bisogno di parlare da ubriachi. Ti comprendo. Anzi, concordo. Dimmi pure, la partita può aspettare. Elena!” urlò “Elena! Vai a riposarti in mansarda! Leggi un libro! Bevi dell’acqua! Assaggia il sugo sul fornello! Pulisci le tende! Rigoverna! Io arrivo tra poco!”
“Maicol, non vorrei disturbare.”
“Non ti preoccupare, figliolo. Racconta i tuoi problemi all’apparecchio telefonico che hai in mano.”
“Che dire, Maicol? L’uva è acerba, e io non voglio nemmeno quella.”
“Ti capisco, Rinaldo.”
“Ho lasciato una mela per otto mesi sopra uno scaffale della soffitta, e non ne piango la morte.”
“Come mai?”
“Forse sono diventato cinico, insensibile, poco attraente…”
“Rimettiti in gioco, Rinaldo. Esprimi la tua gioia, la tua allegria. Se non le hai, fai finta. Ma esprimi qualcosa. Piscia sulla neve, balla sul soffitto, ringrazia dèi inesistenti per favori inconsistenti. Sposati. Divorzia. Fai la prima comunione. Se l’hai già fatta, fanne una seconda. Vai in Africa a sfamare bambini affamati.”
“Non ne ho voglia, Maicol.”
“Ti capisco. Anche a me ormai è rimasta l’ombra da proiettare quando il sole mi colpisce. Di tutto il resto, non me ne frega niente… è brutto invecchiare, vero?”
“Ora riattacco. E vado al cinema. Ciao.”
“Ciao.”
Non andai al cinema. Andai nel quartiere che meno conoscevo della città, ma dove comunque ero già stato. Un ometto mi fermò, dopo cinque minuti che percorrevo via Alhambra. Mi chiese se volevo divertirmi, io gli dissi di no, ma che accettavo la sua offerta. Mi fece salire per delle scale. Bussò ad una porta. Una ragazza bionda, in reggiseno e mutande, aprì la porta e sorrise, vedendomi. Non l’avevo mai vista, ma mi faceva piacere che non fosse grassa, o portoghese. Mi fece accomodare nell’appartamento.
In una stanza a destra del corridoio c’era un’orribile donna sui sessant’anni, obesa come mai, che mi sorrideva con una grande quantità di denti gialli, o addirittura neri. Mi chiese quanti anni avevo, e quando le risposi mi disse “bravo”. Non le chiesi il suo nome, perché mi faceva schifo; seguii invece la ragazza bionda, che mi fece entrare in una piccola stanza, dove regnava un grande letto a due piazze. Mi consigliò di svestirmi, e mi disse che sarebbe tornata entro poco.
La stanza era insignificante: un armadio aperto e vuoto, un tavolino con sopra un orologio fermo, un letto a due piazze rifatto ineccepibilmente, due quadri appesi alla parete, uno specchio. Mi guardai allo specchio e mi feci pena da solo. Il mio cazzo insignificante si rifletteva con disgusto sulla superficie riflettente. Mi sarebbe piaciuto essere da altre parti, su un vulcano, su una nuvola, su della terra bagnata. Lei rientrò. Mi disse, senza che io le chiedessi niente, il suo nome. Ma non me lo ricordo, non era particolare. Forse era Anna, o Marta, o Rita. Forse Lucia. Non me lo ricordo. Forse Rita. Probabilmente Rita.
“È la mia prima volta” ebbi il fegato di dirle.
“La prima volta che paghi?”
“Eh, no… è proprio la Prima Volta…” dissi, con un filo di voce.
Lei mi guardò per tre secondi, mi disse OK, e si buttò sul letto. Si tolse le mutande, liberando la sua fica depilata, e così larga. Mio dio, quanti ce ne saranno passati. Quanti più lunghi, larghi, corti, stretti, neri, bianchi. Che squallore. Si rialzò e mi disse di sdraiarmi. Mi buttai su quel letto, molto morbido e confortevole. Chiusi gli occhi e pensai all’oceano, a un bagno nell’acqua fredda. Rabbrividii.
“Non avrai mica paura, eh?” mi disse, sorridendo maliziosamente.
“No, pensavo all’oceano…”
Non mi degnò di una risposta e, a sorpresa, mi chiese di pagare il conto.
“Ma… non abbiamo fatto niente!”
“Si paga prima, caro mio. Cosa vuoi fare? Fica, culo, ambedue, pompino, sega? Sadomaso?”
“Sadomaso? Quanto costa?”
“120 euro. E io frusto te” disse, fissandomi nei miei teneri occhi azzurri.
“Fica, grazie” dissi, fissandola nei suoi teneri occhi azzurri.
“Trenta euro.”
“Va bene.”
Mi alzai, avevo il cazzo ritto, presi il portafoglio dai miei pantaloni accasciati sulla sedia. Mentre tiravo fuori i trenta euro, osservai il mio ritratto nello specchio. Che schifo.
Consegnai i soldi alla ragazza bionda; mi consigliò di darle altri due euro per il preservativo. Avevo i due euro, e glieli diedi. Uscì per trenta secondi, e tornò con il trasparente cappuccio. Mi disse di sdraiarmi sul letto. Mi rigettai in quell’orgia di comodità, e la ragazza bionda pose l’anticoncezionale sul mio fallo eretto. Si sdraiò accanto a me. Le chiesi se poteva togliersi il reggiseno.
“Altri due euro, caro” disse la meretrice.
“Porca puttana” dissi.
Mi alzai, avevo solo altri venti euro. Le diedi la banconota. Non mi fece il resto. Ci rimasi male, ma il mio fallo non se ne accorse. Si tolse il reggiseno. Le sue tette compresse dall’indumento intimo rivelarono una pochezza di carne. Ci rimasi male, ma il mio fallo non se ne accorse. Spalancò le nude gambe e mi disse di entrare.
“Andiamo, vieni” disse.
“Sì. Sì, d’accordo.”
Mi sdraiai su quel corpo così distante. Mi chiesi dove fosse la sua mente ora. All’infanzia, all’adolescenza, al suo primo lontano rapporto con un uomo, al suo ultimo giorno di scuola, al suo primo giorno da prostituta, al momento in cui aveva fatto l’amore con un uomo di cui era innamorata, al momento in cui mi aveva visto e aveva pensato “questo cosa vuole?”. Mi chiesi se pensava ai cinquantadue euro che le avevo dato. Con altri sessantotto mi avrebbe frustato. Probabilmente si sarebbe divertita di più.
La baciai sul collo, mi disse di non farlo.
Le baciai un capezzolo, mi disse di non farlo.
Non godevo. Ero triste, raccapricciato da quel posto. Lei faceva degli urletti, mi diceva “continua, amore, sì, vai così, vai”. E la mia eiaculazione ritardava sempre più. Dopo cinque minuti di inutili su e giù mi sdraiai a peso morto su di lei. Lei mi tirò da una parte, si mise in ginocchioni sul materasso, mi tolse il preservativo e iniziò a masturbarmi. Non venivo. Non sarei mai venuto. Non quella sera, non in quel posto.
“Andiamo, amore, dai, mi hai fatto impazzire” mi diceva, senza guardarmi.
Non venni. Si alzò, mi alzai. Andò verso la porta, l’aprì. Si voltò verso di me, mi salutò con la mano e mi disse “ciao ciao”. Chiuse la porta. Rimasi solo. Mi guardai allo specchio.

*

Tutto questo prima di cena. Uscii da quella strada, da quel quartiere, mi persi gozzovigliando in un centro poco disponibile verso di me. Incrociai una rosticceria cinese che prometteva di farmi mangiare tanto con poca spesa, un ristorante indiano chiuso, un ristorante indiano aperto, due sushi-express, un kebabbaro, due ristoranti cinesi aperti da poco. Al numero ventiquattro di via Mascara abitava un mio amico di vecchia data. Suonai un ruvido campanello azzurro, e mi rispose Franco. Gli proposi di cenare, concordò. Lo aspettai trentaquattro minuti al freddo della sera che arrivava. Passarono diverse persone: un uomo sulla cinquantina che leccava un cono-gelato, una donna di trent’anni con i capelli raccolti in tre code, un bambino grasso con una madre magra, una bambina magra col padre magro. Scese alla fine Franco, che dall’ultima volta che lo avevo visto aveva cambiato acconciatura: portava adesso la testa completamente rasata e lunghe basette che gli scendevano fino quasi al mento.
“Ehilà Rino. Come stai?” mi strinse la mano.
“Tutto bene, grazie. Sono appena stato a un mercatino dell’antiquariato.”
“Ah sì? C’era qualcosa d’interessante?”
“Ho comprato un orologio a pendolo. Ma non funziona.”
“Come mai lo hai comprato?”
“Beh, immaginavo funzionasse. È un peccato.”
“Quanto lo hai pagato?”
“Trenta euro” mentii.
“Dove vuoi mangiare?”
“Potremmo andare in quel posto strano, dove vendono vestiti e fanno panini.”
“Dov’è?”
“Vicino a sant’Ambrogio.”
“Va bene.”
Scendemmo la lunga strada chiamata via delle Mele, già via della Solitudine, incrociando diversi generi di persone, tra cui un rabbino, un prete e una ragazza brutta.
“Ieri le ho telefonato, e l’ho chiamata troia” mi spiegava il mio amico.
“Ah, ho capito.”
Un banchino sulla destra della strada raccoglieva firme per la rivoluzione. A fermare la gente avevano messo una persona di mia vaga conoscenza. Era infatti mio padre naturale. Ma lo conoscevo poco, mi stava antipatico.
“Ciao, Rinaldo!” mi urlò. Portava una cravatta verde di inverosimile cattivo gusto.
“Ehi, babbo. Come stai?” gli strinsi la mano.
“Bene, bene. Tu? La mamma? Tutto a posto a casa?”
“Mamma è in Uruguay con l’Azione Cattolica. Io mi arrangio. Ho trovato un lavoretto a Palas de Rey. Non mi pagano, ma mi danno due pasti al giorno. Pranzo e merenda.”
“Vuoi fare una firma per fare la rivoluzione, caro?”
“In che cosa consiste?” chiese Franco.
“Una rivolta popolare volta a instaurare un regime di tipo socialdemocratico.”
“Io non me la sento” dissi.
“Io firmo. Ma costa qualcosa?”
“Ventitré centesimi” disse mio padre.
“Ci sto.”
Franco, usando una penna blu malandata offerta da mio padre, scrisse il proprio nome seguito dal proprio cognome in una riga nera del foglio. C’erano tante altre firme.
“Eh, sì, sono quaranta firme per foglio. E abbiamo già completato sessanta fogli.”
“Chispius!” esclamò Franco “a quante firme dovete arrivare?”
“Beh, non è importante. Una volta che abbiamo il numero necessario di fogli, li bruciamo e diamo fuoco a una vetrina. Da lì partiamo con la rivoluzione. Sarà divertente, ragazzi. Quando succede, ti chiamo, Rinaldo. Hai ancora il vecchio numero?”
“Sì… ma non stare a chiamarmi, non m’interessa.”
“Dai, fai felice il tuo povero padre.”
“Va bene, su, chiamami pure” mi arresi. “Verrò a dare un’occhiata.”
Ci salutammo. Franco e io continuammo per la nostra strada, discutendo sul numero di fogli necessario.

Alfredo Zeni

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