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Matilde


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Matilde?
Era quasi primavera anche quell’anno, e ogni anno Matilde si sforzava di capire cosa facesse germogliare gli alberi e cosa facesse cantare gli uccelli. Quel martedì si era sentita strana, vuota, con un terribile desiderio di manifestarsi. Il vento le pettinava dolcemente i capelli e il suo vestito blu svolazzava un po’ troppo preminentemente.
Camminava da sola per la strada come al solito, cercando di estrarre emozioni dalle cose e provando a descrivere con le parole, sempre limitanti, ciò che si sbatteva alle sue percezioni.
Entró in un bar, piccolo e estremamente ordinato, cosa che le fece pensare immediatamente al suo ostinato modo disordinato di tenere ed occuparsi delle sue cose e che lei apprezzava così tanto. Le sorprese sono insite nel disordine.
“Buongiorno!”
“Buongiorno a lei, cosa le preparo?”
“Un caffè grazie, mi accomodo lì in fondo”
“Arrivo subito signorina!”
Incedendo spedita, trovò nella calma del passo il gesto estremamente elegante di sfilarsi il cappotto e poggiarlo sullo schienale della sedia imbottita verde scura, certamente abbastanza ancorata a terra da sopportare il peso dell’accendino che c’era nella tasca del cappotto e che era servito a Matilde per accendere una sigaretta estremamente triste.
Riuscì finalmente a sedersi e ad ammorbidire le spalle che erano cinte da un maglione di scarsa fattura che le donava particolarmente. Stava zitta e fissava punti casuali intorno a sé.
“Il caffè signorina, prego!”
“Grazie mille!”


Maledizione, sembra che il caffè sia arrivato troppo in fretta rispetto al tempo di immedesimazione qui in questo bar. Non sono pronta. Non ho voglia di berlo, apro con estrema aria svogliata una bustina di zucchero di canna e la faccio scivolare dentro la tazzina facendo finta di gettare uomini in un vulcano. Si sciolgono.
Bevo questo succo d’uomo che è ancora troppo caldo e mi convinco del fatto che il caffè a me piace macchiato freddo. Ne chiedo un altro.

Matilde era estremamente lunatica nelle cose terrene. Un giorno amava alla follia I colori, il giorno dopo li ripudiava, cercava sempre il senso delle cose ma superficialmente non sapeva mai scegliere, pensava, tra due sole cose stupide. L’esclusivitá dell’alternativa riusciva ad applicarla solo a concetti e contenuti estremamente astratti: la vita, l’amore, la morte, la natura, il tempo.
Chissà cosa pensava il ragazzo che l’altra sera aveva incontrato al pub, dietro quegli occhi scuri e quei capelli lunghi, chissà se anche lui aveva sentito il richiamo del mondo.
In due, pensava, la vita sarebbe stata più semplice, ma solo nel suo mondo ideale dove l’amore non è corrotto né preso da desideri terreni.
Come si può, Matilde chiassosa giocava con il cucchiaino del primo caffè mentre aspettava il secondo, anche solo pensare che la realtà degli esseri umani ci regali esclusivitá palpabile, sentore di famiglia e mele e zenzero, che neanche le piacevano così tanto d’altronde, se ogni uomo e ogni donna sulla faccia della terra che le fosse capitato davanti non riusciva a far collimare quell’obiettivo con situazioni concrete?
Lei stessa in fin dei conti aveva fallito. Così giovane nei suoi 23 anni, aveva appreso concetti troppo grandi da sopportare persino in vecchiaia, aveva pianto fiumi di seta che l’avevano vestita di nero per mille lutti giornalieri che sopportava per volontá concettuale d’amore.
Sapeva la verità, si sentiva il peso del dono della veritá inesprimibile e intoccabile, cristallina quasi soffiata.
Le tornò in mente per un solo secondo la sensazione che provò in treno qualche giorno prima, seduta sul sedile nuovo in realtà usato, sentiva che 60 km/h non fossero sufficienti a farle proiettare pensieri reali ed ebbe improvviso bisogno di supersonicità.
Viveva di sostanze chimiche (di adrenalina, serotonina, noradrenalina, ossitocina e tante altre cose che non riguardano questo racconto ma altri) lo sapeva bene, ma non riusciva a spiegarsi come delle molecole potessero farle provare il vuoto pieno, il dolore, la pienezza illusoria dell’amore e la concretezza delle emozioni che lo attraversano. Ci aveva studiato così tanto sopra e più studiava piu capiva di essere umana e di perdersi nel mondo degli umani, nelle situazioni concrete della vita.
Estremamente kafkiana, le sembrava davvero di trasformarsi e di paralizzarsi dentro corpi che non le appartenevano solo per riuscire a capire come le persone, le cose e gli animali sentissero dentro il loro corpo. Molte volte sentiva, a sentirsi dentro qualcosa, solo estrema tranquillità d’essere, mai collegata al senso di disfacimento che la vita comporta nonostante la sua intrinseca bellezza.
Ma come godere dei momenti terreni senza quelli ultraterreni? Come poteva godere della felicità di mettere al mondo un figlio se lei stessa si sentiva presa e trascinata dagli orrori e dagli stupori del mondo.
“Le posso chiedere un té caldo?”
“Certo signorina arriva subito”
Matilde tiró fuori il taccuino verde chiaro che le aveva regalato Michele due natali fa,comprato alle bancarelle di Piazza Francia, prezzi modici e oggetti originali.
Penna nera su carta avorio, punta fine, quando l’inchiostro sta per finire il tratto si ispessisce e la sfera non riesce piú a contenere il getto.
“Ecco a lei!”
“Grazie mille di nuovo”
Due biscotti rinsecchiti stavano poggiati su un piattino lilla della marca fornitrice di té e un cappello non francese stava sul bordo della tazza con l’infuso giá all’interno, bollente. Senza zucchero.


(Fuori campo Matilde)

– dovrei andarmene da qui tra mezz’ora, Renata mi aspetta e sto sempre qui a cincischiare sul nulla, dovrei trovarmi un uomo… Un uomo? Perché un uomo? Dovrei trovarmi una persona, quando arrivo a pensare certe cose mi sento davvero parte della societá, e ho effettivamente voglia di farne parte, ma a modo mio.


(Fuori campo allucinazione di Matilde)

-Tu vuoi solo mettere al mondo un figlio che cresca in modo diverso da come sei cresciuta tu, fuori dagli stereotipi della sofferenza, che riesca ad avere la tua stessa sensibilitá e propensione per l’arte e per la vita in maniera piú serena della tua. Tu, straripamento, vuoi essere un giorno diga.

 

Se il té non avesse ustionato la bocca di Matilde probabilmente avrebbe scritto sul taccuino un racconto breve tipico del suo stile letterario, invece si dovette fermare un secondo per andare in bagno.
Si guardó allo specchio, non aveva piú il rossetto, era fuori tutto il giorno, gli occhi, neri, si riflettevano nello specchio vispi, un lampo di stanchezza la pervase, stava meglio, si lavó il viso. L’acqua scendeva a scatti per colpa dei sensori ultramoderni che lei continuava a non saper far funzionare. La capretta sulla montagna beve acqua del ruscello.
Quando vidi Matilde per la prima volta, uscire dal bagno di quel bar, non sapevo esattamente cosa mi sarebbe successo. Ma sono giá riuscito a raccontare quello che lei mi ha fatto arrivare con un solo movimento, chiudere la porta del bagno con dolcezza materna e guardare davanti a sé, verso il suo tavolo, con occhio d’umana, non di donna o d’uomo.
Matilde l’ho sempre immaginata esattamente così com’é, ho scoperto tutta la sua vita senza averle mai parlato. Forse non le avrei mai detto nemmeno “ciao”, ma nel momento in cui l’ho pensato ero giá parato davanti al suo tavolino, un imbecille.
Poggiava la schiena a una spalliera squallida, sono davvero invidioso del ruolo che ricopre il maglione nero, che lei indossa con fastidioso menefreghismo. La protegge dal contatto con quello stupidissimo velluto verde scuro, la cinge e la abbraccia e io sono qui in piedi che sto pensando ad un’armata di lana che combatte per la pelle lattea di una donna che non conosco e che sicuramente rappresenterá per me l’ennesimo buco nell’acqua.
“Ciao, posso prendere il giornale?”
“Qui non c’é nessun giornale mi pare”
“Lo so, vorrei solo sapere se sei d’accordo sul fatto che io prenda il giornale da quel tavolo lá in fondo, mi sembra stia scomodo”
Accenna un sorriso di circostanza, si muovono solo le labbra e non gli occhi. Negli occhi il nulla più grande del mondo.
“Puoi fare quello che ritieni più opportuno, secondo me, peró non dovresti prenderlo”
Io volevo davvero chiederle perché, ma sono finito in una spirale che mi avvolgeva, non capivo più dove fossi e chi fossi. Mi aveva parlato ed aveva una voce orribile, stridula, fastidiosa, per niente calda.
Sentivo qualcosa di fortissimo, amplificato dal fatto che nei trattati di psichiatria avevo letto, qualche tempo fa, piú o meno sette anni, che l’intonazione delle persone al primo approccio, soprattutto se improvviso, è esattamente, e per esattamente intendo esattamente, l’opposto di quella reale.
“Posso sedermi?”
“Sto per andare via”
“Finché non vai via”
“Scusami, mi sento a disagio, cosa posso fare per te?”
Giá la voce acquisiva forma, l’avrei modellata con le mani. Ero solo un cretino.
“Puoi farmi sedere qui e rispondere a due sole domande.”
“Dimmi pure”- era scocciata, la stavo invadendo.
“Come ti chiami?” (come sprecare una domanda ed altri fantastici racconti)
“Laura”
“Ah…”
“Ah? In che senso ah?”
“Pensavo ti chiamassi Matilde”
“No sono Laura, tu chi sei?”
“Scusami, io mi chiamo Paolo, passo direttamente alla seconda domanda se non ti dispiace”
“Io non capisco davvero cosa mi sta succedendo oggi!”
“Perché non sei Matilde? Ero convinto lo fossi”
“Adesso mi alzo e facciamo finta che questo non sia mai successo, devo andare via e mi stai mettendo paura”
“Scusami Laura davvero, pensavo fossi Matilde, non Laura, io Matilde me la immaginavo esattamente come sei tu.”
“E come sono io?” Anche questo un tratto tipico di Matilde, domande estremamente infantili poste con una pesantezza che si può cogliere solamente planando dall’alto.
“Sei tremenda”
Rise. Rise di gusto, mi scherniva forse? Si prendeva gioco di me. Ero convinto che fosse Matilde, lo sapevo. Come era possibile che non fosse Matilde? Forse la mia Matilde si chiamava Laura, forse anziché finire nei bar a bere da solo si rivela sempre una pessima idea e io sarei dovuto uscire con Gianni che mi avrebbe annoiato parlandomi di calcio e di ragazze con le unghie lunghe che gemono se gli viene aperta la portiera di una macchina costosa. Invece sono venuto qui e ho trovato una Matilde che si chiama Laura e che si ostina a non chiamarsi Matilde.
“Ti piacciono le farfalle?” mi venne da ridere. Bofonchiai un “se posso saperlo…”
“Molto”
“Ti piacciono i muri?”
“I muri?”
“Si, I muri!”
“Ti hanno lasciato da solo”
In quell’esatto istante sono morto. Un’istante dopo sono rinato e ho capito che non tutte le Matilde si chiamano Matilde e che non tutte le Laura sono effettivamente Laura.
“Cosa bevi?”
“Il solito”
“Due bicchieri di vino rosso, per favore”
“Arrivano immediatamente”- anche il cameriere aveva notato la gravitá della situazione.

Simona Pintus

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