Schiavitù sessuale nei lager nazisti

Trattare brevemente il fenomeno della schiavitù sessuale nei lager nazisti è, tra le altre cose, un tentativo di dare voce a delle vittime  che, nel secondo dopoguerra, sono state costrette al silenzio. Dell’esistenza dei bordelli riservati ai detenuti dei campi di concentramento, infatti, si cominciò a parlare solo negli ultimi decenni del ‘900 e la ricerca storica per anni non ha mostrato interesse per questo tema.

La schiavitù sessuale nei lager nazisti

Nel 1941 Heinrich Himmler, comandante capo delle SS, e i suoi collaboratori ritennero necessario trovare un metodo per aumentare la produttività del lavoro coatto degli internati nei lager nazisti.
Per aumentare la produttività dei singoli lavoratori Himmler ideò un sistema di incentivi a tre livelli, poi aumentati a cinque. I detenuti che si fossero distinti per buona condotta e prestazioni eccellenti avrebbero goduto di speciali agevolazioni volte a migliorare la vita nel campo a livello sia fisico che psicologico.
Il primo livello di questo sistema di incentivi prevedeva l’alleggerimento delle condizioni di detenzione tramite la possibilità di scambi epistolari più frequenti e il privilegio di portare un taglio di capelli diverso da quello degli altri internati. Il secondo livello consisteva in vettovaglie supplementari, il terzo in premi in denaro. Secondo il regolamento i detenuti avrebbero potuto ricevere dei buoni premio corrispondenti a valori monetari validi nei campi di concentramento; in proporzione alla qualità della prestazione supplementare fornita i buoni premio potevano ammontare a 0.50 RM (Reichsmark), 1 RM, 2 RM, 3 RM, 4 RM e, in casi eccezionali, a 10 RM. Al quarto livello veniva fornito del tabacco. Il quinto livello, l’apice di questo sistema a premi, consisteva nella possibilità di visitare il bordello appositamente costruito all’interno del campo di concentramento.

Con il “regolamento per la concessione di agevolazioni ai detenuti” del 15 maggio 1943 il sistema a premi venne ufficializzato, anche se la sua effettiva introduzione nei diversi lager non fu sempre immediata.
L’ordine di costruire i bordelli all’interno dei campi di concentramento venne emanato da Himmler già nel maggio 1941, in occasione della sua visita al campo di Mauthausen. Qui infatti, nella baracca n°1 posta alla sinistra del portone di ingresso, venne allestito il primo “edificio speciale per i detenuti” (Häftlings-sonderbauten era il termine ufficiale utilizzato dalle SS per denominare i bordelli all’interno dei campi di concentramento) inaugurato l’11 giugno 1942. In questo “edificio speciale”, come in quello istituito nell’autunno del 1942 nel campo di concentramento di Gusen, al fine di aumentare la produttività del lavoro coatto degli internati, dieci donne erano costrette alla schiavitù sessuale.
Il 30 giugno 1943 venne inaugurato il bordello del campo principale di Auschwitz all’interno del quale erano costrette alla prostituzione 15 donne. Nel 1944 è attestata l’esistenza di un bordello nel lager di Auschwitz-Monowitz (AuschwitzIII). Il 2 luglio 1943 furono trasferite da Ravensbrück al campo di concentramento di Buchenwald 16 donne tra i 20 e i 30 anni destinate a diventare schiave sessuali nel bordello che sarebbe entrato in funzione nel giro di pochi giorni. Il bordello di Flossenburg entrò in funzione il 25 marzo 1944; quello di Sachsenhausen fu inaugurato l’8 agosto 1944. 12 donne erano sfruttate nel bordello del campo di Neuengamme; 14 in quello di Dachau. All’inizio del 1945 venne aperto “l’edificio speciale per detenuti” del campo di Mittelbau-Dora nel quale 10 internate vennero trasferite dal campo di Auschwitz.

La maggior parte delle schiave sessuali impegnate nei bordelli per detenuti provenivano dal campo di concentramento femminile di Ravensbrück. Le donne selezionate dovevano essere maggiorenni, di bell’aspetto, non essere affette da dermatosi o malattie veneree e, nella prima fase di tali reclutamenti, essere state prostitute (o presunte tali) prima del loro arresto. Le internate destinate ai bordelli, dopo essere state sottoposte a visita medica, erano interrogate e spesso stuprate dalle SS al fine di accertare la loro idoneità a tale compito. Se fossero risultate adatte al lavoro, per renderle più attraenti, avrebbero ricevuto razioni di cibo maggiori e di migliore qualità, sarebbero state irradiate con lampade a raggi ultravioletti e sistemate in celle singole all’interno delle loro baracche. Non avendo alcun numero di riconoscimento e non essendo inserite nella statistica del campo, le schiave sessuali non avrebbero più dovuto rispondere all’appello o lavorare in altri commando.
Come accennato, le schiave sessuali erano inizialmente reclutate tra le “asociali”, donne internate come prostitute o presunte tali; questo, agli occhi di un nazista, bastava a renderne legittimo l’abuso sessuale. Costringere alla schiavitù sessuale delle donne arrestate in quanto prostitute è solo una delle molteplici contraddizioni riscontrabili nella quotidianità del regime nazista.

La baracca del bordello di Buchenwald.

Nei primi bordelli vennero impiegate soprattutto donne di nazionalità tedesca, ma dopo il 1943, con l’aumento degli “edifici speciali per detenuti” questo criterio di scelta, così come quello del crimine di asocialità, andò scemando.
Dal lunedì al sabato i bordelli dei campi erano aperti due ore al giorno e in questo lasso di tempo ogni schiava sessuale riceveva dagli otto ai dieci uomini. La domenica la cifra saliva vertiginosamente, e si poteva arrivare a quaranta uomini al giorno.
Il media, una donna veniva costretta alla prostituzione per un periodo di sei mesi al termine del quale veniva riportata nel campo di Ravensbrück e sostituita da una nuova schiava sessuale. Le ex schiave sessuali tornavano al campo psicologicamente a pezzi. Spesso soffrivano di malattie veneree ed erano reduci di aborti spontanei o indotti. Moltissime di loro furono uccise perché “inadatte al lavoro”.

Un internato, per poter usufruire del bordello doveva presentare una richiesta formale al comandante del campo compilando un apposito modulo che, in gergo, veniva chiamato “modulo per la monta”. Le visite al bordello erano riservate ad alcuni gruppi privilegiati di detenuti. Nei primi anni solo gli internati di nazionalità tedesca potevano usufruire degli “edifici speciali”; in seguito, tra il 1943 e 1944 furono autorizzati detenuti di altre nazionalità, spagnoli, cechi, polacchi, francesi, lussemburghesi, belgi, inglesi, norvegesi, olandesi e italiani. Mai ne fu concesso l’utilizzo agli ebrei e ai russi.

Storicizzare gli eventi della Shoah è una delle sfide che si pongono alla ricerca storica contemporanea. Per molti l’olocausto è troppo vicino nel tempo per essere studiato con oggettività; altri faticano a contestualizzarlo nel cuore dell’Europa del ‘900; altri ancora non si capacitano di come il genere umano abbia potuto raggiungere un tale livello di distruzione. Io ritengo, e non credo di essere la sola, che per poter comprendere un periodo storico sia prima di tutto necessario conoscerlo il più a fondo possibile. Se è troppo presto per capire il ‘900, e mi troverete sempre in disaccordo su questo punto, sicuramente non è troppo presto per conoscerlo.

Bibliografia

Baris Alakus, Katarina Kniefacz, Robert Vorberg, I bordelli di Himmler, Milano-Udine, Mimesis, 2011

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