Mitopoiesi di un ordine


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Si fa risalire ad un vecchio proverbio arabo la considerazione secondo la quale “gli uomini somigliano più al loro tempo che ai propri padri”.

Per quanto ognuno di noi a buon diritto possa condividere la concezione oggi imperante, la quale sancisce l’esistenza di una variopinta pluralità e reciproca unicità della moltitudine di coscienze individuali, imprudente sarebbe non considerare la rilevanza, per converso, delle istanze di omogeneità, livellamento ed eterodeterminazione, al cospetto delle quali l’incapacità esplicativa se non il diritto d’esistere di categorie quali quelle di libero arbitrio ed autodeterminazione, risultano quantomeno messe in discussione. Mi riferisco, nella fattispecie, ai due grandi rasoi di occam per l’analisi genealogica ed filogenetica tanto del pensiero colto e quanto della kultur occidentali; alle due matrici simboliche centrali: grecità e cristianesimo. Tornando alla massima araba di cui sopra, se è vero che la particolare contingenza storica entro la quale viviamo determina in misura sostanziale il tiro e la prospettiva esistenziale di ogni soggetto senziente appartenente alla specie umana, e se consideriamo, da storici, la pesante persistenza e il carsismo in seno alla contingenza stessa, all’attuale, di componenti originarie di epoche più o meno remote, si intuisce facilmente quanto espressioni quali sintesi storica o prodotto storico siano facilmente accostabili alle nozioni di individuo o soggetto. Non essendo gli individui altro che i terminali di un processo di mediazione che passa primariamente attraverso strutture storiche di lunga e media durata, a maggior ragione e con più nitidezza è possibile tracciare la genealogia e la filogenesi di determinati fenomeni storici e dei sistemi simbolici ad essi corrispondenti.

Il mantra mitologico trasimacheo secondo cui la libertà si identifica con quella del più forte, ossia che la fonte di ogni diritto e determinazione riposino nelle ragioni della forza, non è un’intuizione originale dell’autoritarismo fascista primonovecentesco, appunto.

Il fascismo può in questo senso e con le dovute precauzioni (nel senso di non degenerare in astratto determinismo) essere inteso come l’immagine di una funzione, come il riflesso, l’interpretazione, la manifestazione particolare e storicamente determinata di una struttura simbolica più ampia e di lungo periodo, i quali assiomi primitivi sono stati codificati una prima volta oltre due millenni fa, e ricodificati nel corso dei secoli in modalità e forme diverse a seconda della costellazione storica di riferimento.

In pratica, comprendere il fascismo nel suo significato storico, così come il comprendere storico in generale, è indissociabile da quello shift interpretativo che consente di vedere un certo fenomeno storico non nella sua dimensione di proprietà a compartimenti stagni, ossia di insieme insignito di una sua ben ordinata cardinalità, ma a sua volta inteso come elemento di un insieme; o meglio, come elemento comune ad una molteplicità di insiemi. Io sono dunque dell’avviso che si comprenda meno il fascismo mettendolo in relazione con il coevo incombere del bolscevismo o con gli epifenomeni del primo conflitto mondiale, che non leggendo direttamente Hobbes e Machiavelli, senza neanche conoscere la data della marcia su Roma.

Inscritte nella categoria fascismo sono presenti prospettive di storia delle idee che risalgono su fino all’epos omerico, alle fasi incipienti della filosofia ellenica irrazionalista e stoica, e passando per il platonismo e quindi il cristianesimo, giungono alla concezione dello stato machiavellico ed al giusnaturalismo hobbesiano, per poi esplodere di nuovo, con rinnovata carica propulsiva derivata dal primo cedere della civiltà dei lumi, innescate dal martello nietzschano. Irrazionalismo metafisico, slancio vitale neoromantico, supremazia dell’intuizione e della sensazione sulla riflessione e sul calcolo razionale; il culto della forza redentrice e catartica del sangue e della violenza, intesa però non come male necessario, ma come unico medium capace di garantire un contatto con la realtà e con l’autenticità stessa dell’umano essere: questo è il mosaico culturale ed il background ideologico che il fascismo erediterà ed andrà ad interpretare calandosi sulla scena in Europa negli anni 20 del secolo scorso. L’orizzonte di senso sul quale si innesta la reazione neoromantica coincide col rifiuto sistematico del razionalismo, che ancora con Nietzsche, Bergson o Sorel, rimane caratterizzato da una originale concezione progressista. Ciò che traspariva era la titubanza dell’ascendente borghesia, la quale amaramente scorgeva nel torchio sulle esistenze individuali posto della crescente concentrazione del capitale e dall’implementazione dei suoi strumenti di dominio, la fragilità e le incongruenze della tradizione umanistica. L’insidia che il pensiero anti-razionalista scorgeva, dal punto di vista degli interessi di classe coinvolti e dei relativi rapporti di potere, riflette la fase di transizione – o di degenerazione – dal periodo liberalistico a quello monopolistico dell’ordine borghese. L’attribuzione da parte di certa letteratura di una valenza rivoluzionaria al fenomeno fascismo deve a questi presupposti la sua coerenza logico-esplicativa. Non mi riferisco appunto al premio di consolazione di ispirazione neo-medievale rappresentato dalla traduzione di tali angustiate riflessioni nel corporativismo, nella cosiddetta terza via in materia di economia politica.

Alludo piuttosto allo sforzo da parte della corrente antirazionalistica neoromantica di mettere in discussione un intero impianto teoretico insieme con la sua filosofia della storia, con le sue nozioni di modernità, progresso, cultura ed individuo. A posteriori risulta piuttosto semplice comprendere le ragioni sottese ad attacchi di tale natura nei confronti di quel disastro annunciato che è poi ciò che diverrà il capitale finanziario nelle sue fasi mature. I bersagli preminenti sono fondamentalmente due: la ragione e l’individualismo – o materialismo volgare – borghesi. Rimane altresì un fatto che la performance, il ruolo storico reale interpretato dall’impianto neo-romantico tradottosi nei fascismi europei, ha finito poi per coincidere con quello di braccio armato a difesa della conservazione di una gerarchia sociale rigidamente diseguale, al rispetto della quale, si badi bene, le classi subalterne occidentali sono state educate col bastone e con la carota non a partire dalle primitive fasi di accumulazione del capitale, ma dall’invenzione stessa del linguaggio. In seno alla scissione dominanti-dominati risiede la ragion d’essere della produzione culturale e progressivamente, nel corso dei secoli, il campo d’applicazione delle istanze di dominio si è spostato dal corpo alla mente, dal metafisico attraverso il fisico al fisico attraverso il metafisico, dalla coercizione immediata alla mediazione coercitiva. La dottrina aristotelica dell’unità di realtà e perfezione, secondo la quale ciò che ha potere è necessariamente anche buono, innerva la scienza politica occidentale ancora oggi, seppure in contesti e forme diverse. Il lavoro svolto in questo senso dalla corrente Luterana del cristianesimo è ad oggi pressoché all’unisono considerato un fatto. Tra le conseguenze più significative della dottrina della predestinazione e della iustitia ex sola fide – così come si potrebbero citare le dottrine francescane e benedettine – risalta il lavoro propedeutico che la diffusione di massa di tali formae mentis ha svolto al cospetto dei nuovi compiti economici che la storia preannunciava. La borghesia aveva infatti il compito urgente di educare plebaglia e non ad un adeguato grado di autodisciplina, abnegazione e passione per il lavoro, coerentemente alle istanze di sviluppo economico che tale classe si prefiggeva. Lutero e Calvino, in questo senso, non sarebbero potuti nascere in un momento migliore.

Tornando all’irrazionalismo, la misura con cui ha finito col tradire se stesso può per esempio essere scorta nell’uso che i fascismi europei han fatto del più grande tra suoi mostri sacri: Nietzsche.

La carica vitalistica propria dell’irrazionalismo neoromantico della seconda metà del XIX secolo appare quindi vilmente smorzata. Il fascismo non metterà  più alla sbarra tecnica e ragione tout court, ma solo alcuni dei suoi contenuti. La fenice china la testa e l’unica cosa che rimane sotto al velo compiaciuto del richiamo al sangue, alla comunità guerriera, alla dissoluzione del singolo per un ideale superiore, è la ragione stessa del principio di prestazione. In questo senso il fascismo porta a compimento un processo di condizionamento e controllo delle masse antico quanto l’invenzione stessa dello Stato durante la rivoluzione neolitica nel Vicino Oriente. In nome dell’adattamento delle classi subalterne al sempreverde concetto di sacrificio, opera ancora una volta la trasfigurazione ideologica.

Il segno che uno strato sociale si è rassegnato alla sua sorte è la coscienza che i suoi membri hanno del significato metafisico di questo modo di esistenza.”

L’etica del lavoro, assimilata attraverso la responsabilizzazione delle coscienze ed il rafforzamento delle strutture di colpa, viene da Spengler elevata, indipendentemente dal fatto che ne fosse consapevole o meno, al grado di aspirazione faustiana.

Ecco quindi che una tradizione di pensiero che da sempre ha giocato il ruolo positivo e storicamente progressista di cattiva coscienza della ratio occidentale, al momento della sua occasione storica, tutto quello che riesce a fare è ringhiare come un lupo, comportandosi come una pecora. La sottomissione all’ordine borghese è totale: il modello proposto è quello di un Sisifo fiero di essere schiavo e con pericolose tendenze masochistiche. L’essere per la morte e la volontà di potenza, nelle loro versioni proposte dai regimi fascisti, tradiscono la propria nobiltà d’intenti e nondimeno il loro fascino, nella misura in cui si riscoprono perfetti strumenti collaborazionisti rispetto al perpetuo rigenerarsi della mitopoiesi di un determinato ordine.

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