Lucrezio e il coraggio della verità


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Odiato, amato, frainteso, trasformato. La storia dell’interpretazione – interpolazione di Lucrezio è tra le più contorte della filologia. Sin dalle origini l’autore fu vittima della critica cristiana, avallata da San Girolamo. Questa fonte ci informa sul suo presunto suicidio, all’età di 43 anni, e della sua follia, indotta da un filtro d’amore. Ma quella della follia sappiamo essere una formidabile strategia atta a coprire, emarginare, quasi “giustificare” gli atteggiamenti anticonformistici che la società romana non riesce a contenere. E un cristiano come Girolamo, di fronte alla dissacrante polemica antireligiosa del Lucrezio epicureo, non poteva certo chiudere un occhio.

Chiunque esso sia, il nostro Lucrezio non ha il merito di aver introdotto l’epicureismo a Roma. È una penetrazione, questa, cominciata già un secolo prima. Il contesto storico in cui dobbiamo collocarci è quello dell’avvenuta conquista della Grecia da parte di Roma, conclusasi formalmente nel 146: Graecia capta ferum vincitorem cepit, scriverà Orazio. Da questo momento la diffusione magmatica di usi e costumi greci è inarrestabile, di contro alla sterile resistenza dell’ala senatoriale conservatrice, tra le cui file militava il vecchio Catone.

Non si tratta solo di limitare l’adozione di lussi, di abiti e consuetudini grecizzanti: è un vero e proprio scontro ideologico. Aderire a una certa forma mentis greca, promuovere un’illuminata oligarchia improntata sull’humanitas è interesse di un’élite politica ed economica progressista, raccolta intorno agli Scipioni. Lo scontro dunque è vitale, ed è tutto interno all’aristocrazia romana. La fazione conservatrice si era resa protagonista, già all’inizio del II secolo, della cacciata dei due filosofi epicurei Alceo e Filisco. La stessa sorte toccherà a un’ambasceria di filosofi greci giunta a Roma nel 155. Tra essi vi era Carneade, colui che rinfacciò ai Romani la loro meschinità (e ne guadagnò, in cambio, un’antonomasia non proprio felice).

L’avanzata di un certo sentire epicureo, seppur contrastata, era comunque inarrestabile. Qualsiasi forma di contenimento ed emarginazione era annientata dall’alto, proprio perché i primi ad aderire alla corrente furono i rappresentanti politici. Oltre agli Scipioni, la cui simpatia verso la dottrina era comunque molto mediata, sappiamo dell’esistenza di un floridissimo polo epicureo a Napoli. L’intellettuale Sirone teneva lezioni su Epicuro presso la sua villa di Posillipo. La sua scuola fu frequentata, probabilmente, anche dal giovane Virgilio. A Ercolano, la Villa dei Papiri – biblioteca di Lucio Calpurnio Pisone –, fu il teatro delle lezioni dell’epicureo Filodemo di Gadara, che portò in ambiente romano i testi originali del maestro, purtroppo quasi completamente distrutti dalla terribile eruzione del Vesuvio.

 

Lucrezio

Insomma, l’excursus ci mostra come la filosofia di Epicuro si fosse già intrufolata nel pensiero romano ai tempi di Lucrezio, e come –  quando il poeta scrisse la sua opera, nella prima metà del I secolo, – fosse oggetto di acceso dibattito.  Il vero merito di Lucrezio è quello di aver scelto una forma del tutto nuova per divulgare il suo messaggio salvifico: il poema didascalico. La poesia è il miele che addolcisce l’amara medicina della filosofia. Una scelta di gusto, certo. Ma anche una mossa acuta. Lucrezio mirava a raggiungere, ancora una volta, le élites nobiliari. Il suo destinatario, almeno formale, è Memmio, un ricco aristocratico. Inserirsi in una tradizione nobile come quella del poema avrebbe sicuramente facilitato l’avvicinamento alla sua opera da parte delle classi colte, allontanando il pregiudizio che da un secolo ormai gravava sulla dottrina.

 

Ma quali sono le ragioni per cui la società romana ostacolava così tanto la diffusione del pensiero epicureo? E, di conseguenza, perché la figura di Lucrezio è caduta nell’oblio biografico?

E davvero certi epicurei si lamentano del fatto che io parli contro Epicuro. […] A noi sembra che il sommo bene risieda nell’animo, a loro invece sembra che risieda nel corpo; a noi nelle qualità morali, a loro nel piacere.

Cicerone sintetizza così le ragioni di incompatibilità tra noi e loro. E qui veniamo al nocciolo della questione. La percezione dell’epicureismo come sfrenata celebrazione edonistica è il fondamentale errore di trasmissione della dottrina dalla Grecia a Roma. Un fraintendimento inevitabile per via della diversità tra le due civiltà. Il piacere epicureo, l’hedoné, è semplicemente assenza dei mali. I mali provengono dalle passioni, dalle ambizioni, dal ritenere di avere più esigenze di quante non se ne abbiano davvero. Tutto ciò che provoca turbamento nell’anima è un nemico dell’atarassia, la beatitudine che deriva non da una rinuncia superficiale, ma da un forte rigore morale e intellettuale. È inevitabile che la vita politica e le responsabilità del civis Romanus rientrino tra queste passioni malsane. Dunque è evidente che l’invito epicureo del lathe biòsas – vivi in disparte – sia stato il punto massimo di criticità, ciò che più andava a cozzare con il mondo dei Latini.

Roma aveva costruito il suo impero sulla forza, ma anche sull’ideologia. La percezione di essere un cittadino romano, di partecipare al bene dello Stato, la coscienza civica basata sul riconoscimento delle proprie responsabilità e dei propri diritti, era un elemento fondamentale della romanitas, soprattutto nelle classi medie. Una dottrina come quella epicurea, potenzialmente aperta a tutti gli strati sociali (nel Giardino di Epicuro anche donne e schiavi assistevano alle sue lezioni) e  che invitava al disinteresse verso le faccende civili rappresentava dunque un problema di grande portata. Basti pensare al fatto che l’impero era stato retto per anni dall’obbligo della leva militare, dovere che riduceva gli inesperti contadini – soldati in miseria e che rappresenterà uno dei maggiori punti di scontro in età imperiale, quando arriverà alla saturazione. Invitare un civis Romanus ad evitare i mali della politica significava far vacillare questo equilibrio.

 

Ma non è finita qui. Lo scoglio più grande lo si riscontra sul campo della religione. Ora, soffermiamoci un attimo sul ruolo della religio tradizionale a Roma, riprendendo le parole di Polibio (Storie, VI 56)

  I Romani hanno inoltre concezioni di gran lunga preferibili nel campo religioso. Quella superstizione religiosa che presso gli altri uomini è oggetto di biasimo, serve in Roma a mantenere unito lo Stato: la religione è piú profondamente radicata e le cerimonie pubbliche e private sono celebrate con maggior pompa che presso ogni altro popolo. Ciò potrebbe suscitare la meraviglia di molti; a me sembra che i Romani abbiano istituito questi usi pensando alla natura del volgo. In una nazione formata da soli sapienti, sarebbe infatti inutile ricorrere a mezzi come questi, ma poiché la moltitudine è per sua natura volubile e soggiace a passioni di ogni genere, a sfrenata avidità, ad ira violenta, non c’è che trattenerla con siffatti apparati e con misteriosi timori. Sono per questo del parere che gli antichi non abbiano introdotto senza ragione presso le moltitudini la fede religiosa e le superstizioni sull’Ade, ma che piuttosto siano stolti coloro che cercano di eliminarle ai nostri giorni.

 

Il coraggio di Lucrezio lo condusse a denunciare questa concezione utilitaristica e controllante della religione. Affermare che essa era fonte di strumentalizzazione sulle masse, che limitava la libertà di ogni singolo uomo, che lo incatenava con i vincoli della paura e del timore, sembra una rivelazione inaudita considerando l’epoca e la società in cui l’autore pronunciò queste parole. Accusato di ateismo, in realtà Lucrezio – facendosi divulgatore del suo maestro – proponeva una visione rasserenata degli dei. Innanzitutto essi vivono negli intermundia, in spazi lontani dall’uomo – ragion per cui essi non possono in alcun modo influire sulla vita umana.

I fenomeni naturali e climatici, le epidemie, le disgrazie che incombono sulla vita dell’uomo non sono il risultato dell’ira di un qualche dio che si scaglia contro il mondo. L’uomo deve liberarsi da quel senso di pentimento, da quel meccanismo ira – punizione – espiazione che tanto travia la sua coscienza. Gli dei vanno pensati come esseri da emulare, imperturbabili nella propria indifferenza. Tutto ciò che accade è frutto della sorte, della Natura e delle sue leggi, e non del capriccio di qualche divinità.

L’affermare a gran voce questo proclama dal sapore illuministico rende il personaggio di Lucrezio unico nel panorama letterario latino. E ci informa, inoltre, su quanto questa rivoluzione avrebbe potuto rovesciare quel contrattualismo rituale, quella superstizione che costituiva la base della società romana, sin dalle origini. L’esito di un sacrificio determinava la continuazione o meno delle guerre; l’osservazione del volo degli uccelli decideva della vita o della morte delle persone. E ovviamente dietro a questi fenomeni non c’era un’ingenua fede, bensì una macchinosa tecnica adoperata dalle classi dirigenti, mediante la quale si assicuravano la riuscita dei propri progetti politici.

Denunciare queste contraddizioni interne alla società romana esponeva un intellettuale, sebbene proveniente da una famiglia ricca e agiata, a pericoli non indifferenti. L’essere una voce fuori campo, in epoca repubblicana, significava soprattutto andare in contro a una specie di damnatio memoriae.  Lucrezio doveva scontrarsi con il pensiero dominante, rappresentato sicuramente da Cicerone. Egli deteneva il palcoscenico della filosofia romana, plasmata dal suo eclettismo a base stoica. La sintesi ciceroniana del pensiero greco aveva infatti operato un’originale mediazione tra le due civiltà, adottando valori prettamente romani alla mentalità ellenica e orientando la riflessione su un agire pragmatico dal sapore tutto romano. Nella vita dell’uomo – che a Roma era innanzitutto uomo politico, cittadino –  l’otium era un valore fondamentale, ma secondario. Il tempo della riflessione e delle humanae litterae era un bisogno imprescindibile, ma da coltivare nei momenti di pausa tra i negotia, i doveri civici e politici. Un personaggio come Lucrezio, che aveva invece orientato la sua vita all’otium, non ricoprendo nessuna carica, costituiva un’anomalia in partenza.

 

Si costruisce così la figura di un intellettuale appartato, volontariamente ai margini della società. Questa prospettiva isolata, un po’ per forza, un po’ per scelta, gli fornisce una visuale più lucida e distaccata sulla società di cui fa parte. Gli consente di vederne le storture, le incongruenze, le vane aspirazioni degli uomini. La Repubblica si avviava verso il suo tramonto: l’emergere di figure predominanti – come i personaggi della famiglia degli Scipioni – e del culto della personalità che si era sviluppato intorno a loro, aveva annullato quel collettivismo proprio della morale romana; le spaccature interne al senato e la crescente importanza di risorse economiche e militari per fare carriera politica preparavano l’ascesa di personaggi “dittatori” come Cesare, Pompeo e Crasso. Lo sguardo lucido del pensatore distaccato vede il vuoto laddove gli altri uomini immaginano il potere. Vede il baratro in cima alla montagna delle aspettative umane, e decide di raccontarlo.

 

Il De Rerum Natura vuole fornire un’alternativa. Non c’è alcuna risposta rassicurante: la vita è il frutto di una casuale aggregazione di atomi e la morte ne è la disgregazione. Bisogna partire dall’ammissione che non c’è nulla di miracoloso nella nostra esistenza, nessun fine e nessuna ricompensa. Ma la serena accettazione di tutto questo porta alla vera liberazione, alla quiete, alla comprensione più profonda dell’esistenza. La morte è solo un processo fisico, ma la sua idea spaventa e incatena l’uomo, gli impone delle aspettative, lo pone davanti alla sua caducità.

Cicerone scriveva che l’uomo, per una superiore forza d’animo, non è in grado di pensare esclusivamente alla sua esistenza terrena. Come se avesse una vista ipersviluppata, guarda oltre e si preoccupa di ciò che esisterà dopo la propria morte. Ecco allora che la letteratura diventa memoria delle res gestae, simbolo del passaggio dell’uomo su questa terra, monumentum nella speranza che non tutto morirà, che la gloria del passato potrà salvarsi dal tempo che annichilisce.

Il discepolo di Epicuro aveva invece compreso la vanità di questa celebrazione di se stessi, il dolore e le sciagure che Roma aveva celato sotto la motivazione della gloria. Il solo valore che andava coltivato era la cura di sé, della propria anima, la conoscenza che sola rende liberi e un’armonica comprensione del creato. Quindi la sua opera si trasforma in messaggio, trasmissione di un codice di vita, di pensiero, di comportamento. Un percorso spirituale e didattico, che plasmi uomini coscienti della propria vita e del mondo, soprattutto dell’atrocità del mondo, ma che sappiano trovare forza e dignità proprio in questo.

Se la verità implica emarginazione, se la barriera è la prospettiva obbligata di chi sceglie di raccontare, nella storia della nostra civiltà Lucrezio merita sicuramente un posto privilegiato. E a distanza di tempo immemore, immersi in una società globalizzata, alienante e materialista, abbiamo più che mai un terribile bisogno del suo messaggio.

 

Rossella Famiglietti

 

Bibliografia

De rerum natura, Lucrezio a cura di Federico Roncoroni. Carlo Signorelli Editore, Milano 1998

Quando la vita ti viene a trovare, Ivano Dionigi. Editori Laterza, Bari 2018

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