La repubblica di Weimar e la stampa italiana

Negli ultimi mesi, più volte, la stampa italiana si è soffermata su ipotetici paragoni tra la situazione politica attuale e quella dello sfortunato esperimento democratico chiamato Repubblica di Weimar. Tralasciando le assonanze tra due “crisi” politiche sistemiche, è degna di nota la ritrovata attenzione per la Germania di Weimar, virtuoso laboratorio politico di inizio XX, conclusosi, purtroppo, in un tragico fallimento che ne ha pregiudicato la memoria.

Il biennio 2018 – 2019 ha rappresentato, infatti, un crogiolo di ricorrenze importanti, di cui storiografia e giornalismo stanno dibattendo a lungo. Il 9 novembre 1918, da un balcone del Reichstag di Berlino, veniva annunciata la fondazione del regime democratico repubblicano, destinato a sostituire l’autoritarismo del Kaiser; l’11 agosto 1919 venne promulgata, invece, la Costituzione di Weimar, che di quel sistema democratico ratificava la nascita. Se oggi la stampa, anche italiana, sta dedicando una cospicua attenzione a quell’affascinante esperienza politica, vale la pena di approfondire l’atteggiamento tenuto nei suoi confronti dal giornalismo coevo.

La crisi tedesca nell’iconografia dell’Illustrazione italiana

In un Italia, quella del primo dopoguerra, rinfrancata dalla vittoria nel conflitto mondiale ma martoriata dalla crisi sociale e politica, la Repubblica di Weimar divenne l’occasione per politicizzare un discorso pubblico dove, già, ogni questione era sottoposta ad una politicizzazione divisiva e portatrice di rancore. Il giornalismo seguì quella strada in maniera perentoria.

L’emergere dell’ideologia fascista fornì ulteriori spunti di discussione, in un discorso che spaziava dalle possibili analogie tra violenza fascista e quella della destra revanscista tedesca, alla necessità o meno di dare appoggio al nascente regime repubblicano, così diverso dallo Stato che doveva emergere dalla rivoluzione fascista.

Se, in generale, nel giornalismo italiana mancava la figura dell’editore puro, ancora di più ciò era visibile nella stampa fascista: ogni presa di posizione, ancora prima delle leggi repressive sulla stampa, passava dalle mani di Mussolini, Duce del Fascismo ma anche editore e giornalista.
Così, risulta fondamentale il viaggio compiuto da Mussolini in Germania nei primi mesi del 1922, di cui rimangono tracce sulla carta stampata legata al regime, Popolo d’Italia e Gerarchia in primis. Una visione organica, intrisa di sentimenti patriottici, pragmatico scetticismo ma anche di pura realpolitik.

La summa delle sue opinioni veniva così riassunta sul periodico Gerarchia nel marzo 1922:

“Lo studioso che si reca in Germania è tratto a domandarsi: la Repubblica è una maschera? Il pacifismo è una maschera? In altri termini la Germania di oggi è sinceramente repubblicana, è lealmente pacifica, è seriamente povera? Qual è sotto le maschere il vero unico immortale volto della Germania? Maschera è la Repubblica, maschera è il pacifismo. Bisogna avere il coraggio di dire che la Germania non è repubblicana e non è pacificata”

Le capacità di osservazione e di analisi politica avevano portato Mussolini a rappresentare sulla stampa fascista un quadro della situazione da molti condiviso: quello di un regime che non era altro che uno scatolone di sabbia senza solide fondamenta, privo di una vera legittimazione popolare, utile solo per nascondere il mai sopito bellicismo tedesco.

Eppure, e qui si individua un motivetto assai condiviso nella stampa italiana, il sistema di Weimar rappresentava, seppur in una condizione di debolezza, un cordone sanitario da salvaguardare per tenere sotto controllo il militarismo germanico in ebollizione. Un tema ricorrente, infatti, individuabile nelle analisi della stampa fascista ma anche di quella borghese, era l’appello a non sottostimare l’attivismo del popolo tedesco, solo apparentemente quietato dalla sconfitta, e a mettere in campo gli anticorpi per evitare la deriva violenta che la politica weimariana aveva preso nei suoi primi anni di vita.

Purtroppo, nel paese del Biennio Rosso, le paure si erano già trasformate in realtà. Nel 1922 il periodico Illustrazione Italiana attaccava duramente la Repubblica di Weimar, ormai appaltata alle milizie violente che spadroneggiavano nelle strade di Berlino:

“Nel fondo del patriottismo tedesco quali veleni fermentano?Perché queste ire stupide e malvagie non divampino è necessario che la Germania scateni tutte le guerre che vuole e le vinca? […] Se non riescono ad asservire brutalmente il mondo, si sentono derubati di qualcosa che è loro; e sterminano chi non offre pasti di carne umana alla voracità ottentata”

Allo stesso modo sull’attenti il Corriere della Sera. Espressione pura della borghesia italiana, progressivamente abbracciò in un limpido sostegno una Repubblica che pur aveva abbattuto quel sistema di simboli e poteri cui il quotidiano milanese faceva riferimento. Il bisogno di rassicurare i circoli borghesi italiani spinse il quotidiano a operare una legittimazione della Repubblica di Weimar che passava più dall’opposizione ai suoi nemici interni, esponenti della destra reazionaria o della sinistra comunista che fossero, che non da una vera adesione alla sua impalcatura ideologica.

Di Weimar il Corriere esaltava le vittime illustri, i grandi borghesi capitalisti, rappresentazione del cosmopolitismo a cui quel sistema tendeva, caduti sotto i colpi del terrorismo reazionario.

Quando il Ministro degli Esteri Walther Rathenau rimase ucciso, vittima di un cruento attentato in pieno giorno, il Corriere si prodigò in una serie di memorie agiografiche, dove il sistema di Weimar diveniva il baluardo delle libertà civili, come se si fosse realizzato un passaggio di eredità tra l’uomo illuminato Rathenau e il sistema politico che aveva servito sino alla morte. Così recitava il quotidiano il 28 giugno 1922:

“Uomo di qualità rare, puro di carattere e buono d’animo, soverchiava di gran lunga la misura media degli uomini. Era fatto per essere un vero uomo di stato, un conduttore della nazione verso un più chiaro avvenire”

In questo senso i toni drammatici e, di conseguenza, l’attenzione dedicata dalla stampa italiana alla situazione della Repubblica di Weimar non potette che aumentare con l’ascesa del Nazionalsocialismo hitleriano e con il tentativo di colpo di stato che quello, nel 1923, realizzò a Monaco di Baviera.
Nella nuova Italia mussoliniana la stampa stava conoscendo le prime fasi della fascistizzazione futura, mentre l’opinione pubblica era sempre più suscettibile alle sirene di una narrazione impegnata a ribadire la grandezza del paese nel consesso mondiale.

Curiosa è, allora, l’ottica utilizzata per descrivere l’azione sovversiva del Novembre 1923. Da un alto, nella stampa partitica, specialmente di sinistra, essa venne interpretata come l’estrema azione sovversiva della reazione, abbattuta, però, con il contributo del proletariato; più controversa fu, invece, la lettura del resto del giornalismo italiano.

Impregnata dai diktat della retorica mussoliniana, la stampa borghese ( Il Corriere della Sera, La Stampa, L’Illustrazione Italiana sopra a tutti) attuò un racconto dei fatti fedele nell’analisi effettiva degli eventi, ma colorato di giudizi parziali, sarcastici, più adatti a chiacchiere tra amici che non a un’oggettiva rappresentazione degli eventi come dovrebbe emergere da una cronaca giornalistica.

Il quotidiano bolognese Il Resto del Carlino, per esempio, parlò in data 10 novembre di una “tragedia tramutatasi in farsa”, mentre l’Illustrazione Italiana, descriveva lo sconfitto Hitler come “ un tappezziere austriaco, Mussolinino in diciottesimo”. È evidente come fosse ormai in atto un gioco di grandezze, dove il potere che il Fascismo aveva accumulato in un solo anno di governo faceva sentire il suo peso. Sul finire del 1923 la stampa era già in buona parte sottomessa al nuovo padrone, dovendo allora, volente o nolente, pagare il pegno a Mussolini, esaltarlo e incensarlo nella sua persona e nel movimento fascista.

Anche temi di politica estera, come la trattazione della difficile situazione della Repubblica di Weimar, divennero oggetto, sempre più, di un’analisi parziale, tutta italiana, fatta e mirata ad un pubblico esclusivamente nazionale, che anche attraverso il focus di vicende lontane doveva rafforzare la sua fede nel nuovo Duce e nel Fascismo, loro sì, davvero, patriottici, coraggiosi ed abili nel portare una rivoluzione nazionale al potere.

Se è vero che dopo il fallimento dell’impresa hitleriana del 1923 l’attenzione della stampa italiana per la Germania di Weimar andò scemando fino alla grande crisi del 1929, rimane interessante osservare come la carta stampa di un paese, l’Italia che, come la Germania, dopo la fine del primo conflitto mondiale, era caduto in un vortice di violenza e progressiva diminuzione degli spazi di libertà, osservasse i fatti che là accadevano, declinandoli in un’ottica politica interamente nazionale.

Alessandro Serri

Bibliografia:
L. Capello, Sulle condizioni della Germania (impressioni di viaggio), in “Nuova Storia Contemporanea”, n.5, 1999.
R. De Felice, Mussolini ed HItler: i rapporti segreti 1922-1933, Laterza, Bari, 1975.
R. De Felice, Mussolini il Fascista: la conquista del potere 1921-1925, Einaudi, Torino, 1966.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *