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La donna padrona del proprio corpo – per una storia dello stupro nell’età moderna (parte 2)


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La donna è padrona del proprio corpo?

Ancora oggi si sente dalle tribune dell’opinione pubblica commentare un caso di stupro con “comunque se l’era cercata’’, ad indicare una colpa nella seduzione, o tentata seduzione, da parte di chi di quella seduzione è destinatario.  La costruzione giuridica del reato di stupro, dal diritto romano e canonico, passando per medioevo ed età moderna, ruota attorno al cosiddetto stupro semplice, un espressione che indicava il rapporto sessuale con donna vergine o vedova onesta senza violenza fisica. Il motivo per cui esisteva una regolamentazione, quindi un reato e un capo di accusa, era la protezione della verginità che, nella sua fragilità- questo il termine giuridico- la donna non poteva difendere da sola. Un bene di cui non si può disporre non è di proprietà, in più la donna è incostante. Questo tipo di stupro detto sine vi si regge sulla presunzione di seduzione della donna onesta, dato che nel senso comune la conservazione della verginità era ritenuta connaturata alla sua condizione di essere nata donna. Prima del matrimonio, sia chiaro: il compito della donna è quello di procreare. Ora, eccetto casi eccezionali in seguito santificati, per essere ingravidata la donna deve essere penetrata. Era quindi nell’ordine delle cose che la donna venisse deflorata, ma questo doveva avvenire secondo le regole della Bibbia e la programmazione economica familiare. Quando però i giovani non resistevano agli impulsi della carne, e ciò accadeva,  la donna era punibile – essendo portatrice di peccato a differenza dell’uomo- come socia criminis, cioè complice del reato di furto della verginità al pater familias.

Il reato portato in tribunale è quindi la seduzione di una donna casta ed in secondo piano la conseguente deflorazione. La seduzione nelle legislazioni man mano successive al concilio tridentino perde valenza nell’accusa, ad indicare come prima fosse l’onore al centro del sistema dei valori, fino ad arrivare ai giorni nostri dove, se non si considera più la seduzione come un reato, si riconosce quantomeno alla parte sedotta un’attività, e non solo una passività, nella relazione sessuale. Comunque l’inganno come seduzione era un’aggravante giuridica più o meno pesante, ce n’erano altre che si potevano sommare, come la violenza fisica, e queste portavano man mano a pene più gravi (in Toscana la pena massima era quella capitale).

La seduzione di chi se l’è cercata

Che la legge poi si concentrasse molto sulla seduzione permise ed incrementò la strategia del ribaltamento dell’accusa da parte dell’accusato, per cui al di là di una violenza nella deflorazione si opponeva il racconto di una seduzione condivisa, e spesso si arrivava ad un accordo in denaro che, nel caso di castità ormai appannata della figlia – la maggioranza dei casi – era la situazione più sicura per la sedotta. Questo valeva per casi in cui la donna fosse d’inferiore classe sociale , come il nobile con la serva o il prete con la perpetua. In ogni caso l’uomo accusato di seduzione e stupro veniva al rilascio dell’accusa incarcerato.
Intanto in Spagna la seconda scolastica si stava occupando, tra le altre cose, anche di questo: ovvero se in assenza di prove di violenza, bisognasse punire il seduttore, mettendo in dubbio i presupposti dei doveri di riparazione. I punti del dibattito teologico erano la libertà di disporre di se medesimi e l’offesa a persona consenziente. Tutti e due i punti furono avallati attraverso argomentazioni che dimostravano la libera disponibilità del corpo da parte della donna e l’impossibilità di configurare la violazione della sua verginità come danno alla sua integrità fisica in quanto frutto di una scelta personale. Siamo davanti ad una svolta sostanziale nella definizione del ruolo della donna nella società, perché questa ipotesi mette in discussione il quadro antropologico dell’aggressività maschile e della passività femminile. L’immagine di una donna padrona del proprio corpo, pronta a disporne sessualmente per piacere o interesse rende la richiesta di riparazione discutibile, secondo i teologi, perchè se una donna di rango inferiore si lascia sedurre da un signore è segno o di imperdonabile ingenuità o di una macchinosa strategia di promozione sociale. Scema o puttana: in un’espressione Carla Petacci.
Così nella prima età moderna anche la seduzione cambia di genere, da maschile a femminile.

Il pensiero della seconda scolastica tra pena e restitutio

Nella riflessione della seconda scolastica, nello specifico in quelle di Francisco de Vittoria e Domingo de Soto, bisognava rispondere alla domanda “quid debetur pro defloratione?” cosa si deve alla deflorazione? come si ripara?  Al tema della restitutio aveva dedicato attenzione Tommaso d’Aquino nella Summa Theologica.  Il precetto “non remittitur peccatum, nisi resistuarur ablatum”, che limita l’assoluzione dal peccato alla restituzione del male e non alla penitenza – che non è tangibile – è alla base di questo caso dove la restituzione è impossibile. Per questo la Summa aveva trasmesso alla riflessione giuridica l’idea di una generalizzata riparabilità delle violazioni dei beni (materiali ed immateriali) attraverso il denaro. In questo passaggio generico, che attraversa i settori sociali dell’Europa cattolica prima e protestante poi, si definisce una delle caratteristiche della modernità come oggi la intendiamo: la certezza della pena attraverso la monetizzazione del danno- o parafrasando Weber lo spirito del capitalismo.
Qui si apre una divisione tra restitutio e pena, perchè la prima vale per il fedele ed esula il verdetto del giudice, è in coscienza. Inoltre mentre la pena suppone sempre un elemento soggettivo, cioè la colpa, e quindi una volontà di offendere che è l’injuria, la restituzione del bene frodato non implica la colpevoleza, l’intenzione di danneggiare. La restitutio doveva essere quindi rigidamente equivalente rispetto al bene sottratto, dovendo ripristinare la situazione precedente al furto. Su questo la summa è chiara :“inquantum per eam aequalitas reparatur ad quod suffit quod restituat tantum quantum habuerit de alieno (…) sed culpam (…) et ideo antequam sit condemnatus per judicem: non tenetur restituere plus quam accepit”
La verginità non può essere ricomprata, però, e comunque ormai le elaborazioni giuridiche si stanno occupando di come punire la violazione di una proprietà in accordo col proprietario: un rapporto sessuale consenziente.
Quindi nel caso di libera volontà della donna, si sarebbe comunque parlato di violazione del dominium?
La quaestio 154, che si occupa di condotte sessuali, si chiede quali dunque fossero gli elementi che distinguevano un rapporto sessuale tra non sposati ed un caso di stupro senza violenza.  La seconda scolastica rimase fedele alla tradizione della summa che collocava il debito nella riflessione della violazione del dominium – dunque il padre doveva trovare un valore remunerabile -, ma apportò una profonda rielaborazione, partendo da un commento che Domingo de Soto rielaborò, rispetto ad un suo primo giudizio giovanile, sulla frase “utrum homo sit vitae suae sic famae dominus”, contenuto nei libri de Justitia et Jure e che significava che ogni uomo è padrone del suo corpo e del suo destino. L’individuo però non poteva essere considerato padrone assoluto  della vita e del corpo. Il cinquecento e le sue diatribe teologiche riaffermarono l’indiscutibile signoria del creatore sugli individui, ma c’erano delle complicazioni nel definire il limite tra dominio ed uso nel corpo femminile. Per la vergine qualunque rapporto sessuale, anche non violento, comporta una ruptio, una fracutra, una ferita morfologica che però è inserita nel destino della madre. E se per giunta non c’è stata violenza, come equiparare la sottrazione della verginità ad un’ingiusta lesione? La Summa aveva risolto la questione enfatizzando il padre-custode, guardiano di una integrità difficilmente definibile e facilmente arginabile, quindi il consenso di una donna custodita è un consenso su un bene non suo. I giuristi di Salamanca si distanziano in favore di un pieni riconoscimento di dominio della donna sul suo corpo. Per esempio de Soto si esprime così sulle prostitute: la disposizione di se corrisponde ad una locatio operarum , quindi al compimento di un dato lavoro, il lavoro del rapporto sessuale, che diventa materia vendibile. La stessa logica per le ragazze, nulla è dovuto alla vergine consenziente perché non c’è violazione di dominium, nè riparamento dell’onore dato che giuridicamente è libera concessione di beni disponibili. ciò a meno che, per i principi dell’equità canonica, non ci fosse tra le parti un patto. Ciò avviene nell’ottica di costringere quanto possibile le giovani coppie al matrimonio, lungi dal riconoscere alla donna una qualche libertà di decisione.

Conclusioni

Insomma l’obbligo di maritare poteva avvenire solo da un patto tangibile, quindi l’azione della scolastica va intesa come delegittimante delle pratiche sociali premoderne che i tribunali laici moderni perpetuavano. Così questi maestri avevano operato lo spostamento concettuale del debito da seduzione da un orizzonte tassativo del diritto comune ( sposi o doti) a quello riparatorio suggerito dal riferimento a forme extracontrattuali e non documentabili.

Resta da interrogarsi su queste figure, la femmina padrone del suo corpo, la virgo volontaria sono figure non di una antedatata e anacronistica libertà tanto matrimoniale quantomeno femminile ma come pratica di alleggerimento della restitutio. si può certamente negare ogni offesa in ragione di un consenso manifestato, poi bisogna inquadrare le pratiche di restitutio in compartimenti che esulino l’extracontrattuale, misurabile concretamente, insomma come parte di un percorso più generale che vede l’onore abbandonare il posto di metro di giudizio, e la riservatezza, per una trasparenza istituzionale e riconosciuta.

Liberio Frattini

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