Roberto Bolaño e gli emarginati selvaggi

Quando è morto, il 14 luglio del 2003, Roberto Bolaño aveva cinquant’anni anni. Era uno scrittore tradotto in tutto il mondo, viveva a Blanes, in Catalogna, con sua moglie Carolina e i figli Lautaro e Alexandra. Una malattia al fegato interruppe una produzione narrativa frenetica: dal 1993, anno di pubblicazione di La pista de hielo, fino alla morte, Bolaño pubblicò dieci romanzi, due libri di racconti, e lasciò un’eredità letteraria ancora inedita che sta continuando ad essere pubblicata tutt’oggi.

Quando è morto, Roberto Bolaño era uno scrittore famoso e ricco; era un tranquillo padre di famiglia che non si drogava e, a causa della malattia, non poteva bere neanche un bicchiere di birra. Era un uomo di successo.
Ma questo successo era arrivato dopo anni di vagabondaggi, di lavori occasionali, di pochissime speranze; una vita ai margini del mondo.

Da Città del Messico a Blanes

Roberto Bolaño nacque a Santiago del Cile nel 1953 e si trasferì con i genitori in Messico all’età di 15 anni. Nel 1973 tornò in patria nel clima entusiasta dell’elezione di Salvador Allende e rimase incastrato nel golpe di Pinochet. Venne arrestato come sovversivo e solo per un colpo di fortuna riuscì a non diventare una delle tante vittime del regime militare: una delle guardie carcerarie era un suo vecchio compagno di scuola e lo mise in libertà. Tornò in Messico, dove conobbe il poeta Mario Santiago e con il quale fondò il movimento poetico dell’ infrarealismo. Nel 1977 si trasferì oltreoceano, a Barcellona, dove viveva la madre, e per un periodo saltò da un lavoro all’altro, girando tra la Spagna e la Francia: lavapiatti, facchino, cameriere, vendemmiatore, guardiano notturno di un campeggio. Nel 1980 si stabilì a Girona, dove incontrò la sua futura sposa Carolina Lopez, e nel 1985 finalmente giunse a Blanes, in cui avrebbe vissuto per il resto della sua vita. Il movimento e l’ignoto finirono: divenne un uomo sedentario, divenne padre e pubblicò i primi libri.

In più interviste Roberto Bolaño parlava del fastidio che gli procuravano le autobiografie, e del suo rifiuto di scriverne una. La sua letteratura, ciononostante, rimane fortemente influenzata dalla sua vita: il viaggio, l’esilio, la poesia, un certo modo d’intendere l’esilio e la poesia, sono i fili che collegano tutti i suoi romanzi e i suoi racconti. Il distaccamento dalla patria, la perdita d’identità che solo un esule conosce, la mescolanza non scelta con altri popoli, altre usanze, altri sistemi politici. I suoi personaggi hanno sempre un’aria come di smarrimento, di precarietà; le vite che popolano le sue storie sembrano affacciarsi su un abisso che li rende quasi invisibili e incorporei.
E nei suoi libri appaiono tante vite, tantissimi personaggi.

Tra i più riusciti si può citare Gaspar Heredia, uno dei protagonisti della Pista de hielo, Oscar Amalfitano, professore malinconico di 2666, Carlos Weider, il poeta dei cieli di Stella distante, Bianca, la ragazza romana protagonista di Una novelita lumpen, uno qualunque dei 52 (cinquantadue!) personaggi che intessono la parte centrale dei Detectives salvajes: vite fuori dall’ordinario, vite poetiche nel “bene” (la madre dei poeti messicani di Amuleto) o nel “male” (le biografie degli scrittori fittizi de La literatura nazi in America); quasi sempre vite ai margini della società, una società che Bolaño non risparmia da critiche e che mostra ai lettori nella sua parte più abietta e ghettizzante.

Fu nei suoi due libri più importanti, 2666 e Los detectives, che lo scrittore di Santiago disegnò quelli che, a mio parere, sono i due personaggi più alieni e, anche, i più riusciti, della sua letteratura: Arturo Belano e Benno von Archimboldi.

roberto bolaño

Arturo Belano, l’alter ego selvaggio

È il 1996 quando esce Estrella distante, il primo successo di Roberto Bolaño, quella che lui stesso definì “una aproximación, muy modesta, al mal absoluto“. Il protagonista è Alberto Ruiz-Tagle alias Carlos Weider (el mal absoluto), ma il narratore è Arturo Belano, l’alter ego letterario di Bolaño. Belano tornerà in due racconti di Llamadas telefónicas, per poi prendersi il ruolo di protagonista nel primo capolavoro della produzione bolañesca: Los detectives salvajes. Un romanzo nuovo, di rottura, come lo fu Rayuela di Cortázar: un anti-romanzo anche questo, forse; certamente la storia di due viaggi, di due vite perennemente a rischio di affondare e perennemente incapaci ad adattarsi alla società. Le due vite sono quelle di Arturo Belano e di Ulises Lima (l’alter ego di Mario Santiago, l’amico poeta di Bolaño), da Città del Messico fino all’Africa e Gerusalemme, passando per l’Europa, il sud America e gli Stati Uniti.

La prima e la terza parte dei Detectives sono le pagine del diario di un poeta diciassettenne, Juan García Madero, che entra nel gruppo poetico dei real visceralistas (alter ego degli infrarrealistas fondati da Santiago e Bolaño) e viene coinvolto in una fuga in macchina e nella ricerca di una poetessa scomparsa; la seconda parte, il fulcro e il senso di tutto il libro, è composta dalle testimonianze di 52 personaggi in qualche modo entrati in contatto con Belano e Lima, che invece nel libro non parlano mai in prima persona. Le testimonianze (una via di mezzo tra interviste, monologhi e pagine di diario), alcune direttamente inerenti alla vita di Belano e Lima, altre che vi accennano solo incidentalmente, mettono a fuoco i due poeti selvaggi, con i loro caratteri, le loro contraddizioni e le loro lotte per sopravvivere, a modo loro, in un mondo che non accettano e che non ha interesse a capirli. Fondatori di un movimento poetico destinato in partenza a perdere, intrappolati in amori altrettanto fallimentari e disperati, spacciatori di marijuana per tirare a campare, naufraghi a giro per il mondo, esuli ed estranei in qualsiasi nazione e in qualsiasi ambiente, la loro vita è un punto interrogativo che resterà sospeso sulla testa del lettore anche dopo la fine del libro. Arturo Belano è più di un alter ego, per Bolaño: è il simbolo della solitudine che ogni persona non integrata nel mondo deve soffrire. È l’uomo in infinito vagabondaggio, che sa che la vita, per come lui ha deciso di viverla, può essere solo così: ricerca e viaggio. Ricerca in viaggio.

Come ho già accennato, Roberto Bolaño non scriveva autobiografie, e infatti Belano non è il suo esatto alter ego. Bolaño vinse la sua lotta. Divenne uno scrittore affermato nel momento in cui, alla nascita del primo figlio Lautaro, realizzò che con la poesia non poteva campare e che avrebbe dovuto iniziare a scrivere narrativa. Scese a patti col diavolo, un diavolo certamente meno cattivo di un lavoro in banca o di un addestramento in accademia aeronautica, ma sempre di un diavolo si trattava: Belano non era sceso a patti con niente, e non sappiamo cosa gli sia successo alla fine dei suoi viaggi. Chissà, forse anche lui ha trovato una vita stabile, mettendo almeno la punta di un piede fuori dalla marginalità.

roberto bolaño

In cerca di Archimboldi

L’ultimo anno di vita di Bolaño fu consacrato alla scrittura di alcuni racconti (confluiti nella raccolta postuma El gaucho insufrible) e soprattutto del suo testamento letterario, l’immenso 2666. Immenso perché nella versione originale spagnola supera le mille pagine  e perché è probabilmente il romanzo più importante e rivoluzionario del nuovo millennio. È stato detto che, se i Detectives salvajes aveva chiuso un’epoca, 2666 ne aveva aperta una nuova. È un romanzo mondo, globale come pare sia diventata la società del nuovo millennio; è composto da cinque libri senza un preciso ordine di lettura, formati a loro volta da una sequenza infinita di personaggi e di storie che ruotano intorno a un nome e a una città: la città è Santa Teresa; il nome è Benno von Archimboldi.

Santa Teresa appare in tutte e cinque le parti: è la città inferno, dove una serie impressionante di donne viene rapita, violentata e assassinata, e la polizia, invischiata coi narcotrafficanti del confine messicano-statunitense, non interviene, insabbia le indagini e sbatte in galera dei capri espiatori estranei alla vicenda. La cosa agghiacciante è che Santa Teresa esiste davvero: si chiama Ciudad Juárez, è vicinissima al confine con gli USA ed è macchiata dal sangue di innumerevoli femminicidi, che avvengono tutt’oggi sotto lo sguardo inerme della polizia. Bolaño, malato grave, con la morte che gli tendeva la mano, tornò a parlare, dopo Estrella distante, del male assoluto, delle persone che vivono nell’inferno della società, che non hanno voce per protestare e che non avranno mai un riscatto. Ed è anche la città in cui un ormai vecchio Hans Reiter, alias Benno von Archimboldi, vola alla fine della quinta parte, quella dedicata a lui, lo scrittore fantasma.

Archimboldi è forse quello che Bolaño avrebbe voluto essere (allo stesso modo in cui de André probabilmente sognava di essere il suonatore Jones): un uomo che parla e che vive solo con le sue opere. Da prima scrittore di nicchia, poi, grazie alla passione di quattro giovani professori e ricercatori universitari (protagonisti della prima parte del romanzo), salito alla ribalta come uno degli autori più importanti del Novecento, lo scrittore inventato da Bolaño è invisibile, nessuno sa dove sia, quale sia il suo vero nome o che volto abbia. Per un errore di gioventù non ha potuto godersi la fama di scrittore famoso, e forse neanche l’avrebbe voluta.
Se nella prima parte sentiamo parlare di lui e delle sue opere dai quattro professori/critici letterari, nella quinta viene narrata tutta la sua vita. Combattente nella Seconda Guerra Mondiale sotto il comando del Fuhrer, viene a contatto con la Shoah. Dopo la guerra s’innamora, vaga per l’Europa vivendo di espedienti (qualche richiamo autobiografico?) fino a trovare un editore berlinese che gli assicura un compenso a vita in cambio del monopolio sulla sua produzione letteraria. Hans Reiter, lo scrittore che non può permettersi di diventare famoso, adotterà un nom de plume e vivrà in incognito per tutta la vita, girando senza sosta, portando con sé la macchina da scrivere (e più tardi un meno romantico computer portatile).

Archimboldi è, a parer mio, la fine perfetta dell’opera letteraria di Roberto Bolaño: è un uomo autoemarginatosi dal mondo, che parla solo attraverso la sua scrittura, che ad essa ha consacrato la sua vita. Un narratore in esilio artistico, l’ultima anima in pena che attraversa le pagine di uno dei più grandi scrittori a cavallo del millennio.

è forse la nostra schiacciante maggioranza la nostra arma?
sarà l’identificazione dell’aggressore con una vipera la nostra arma?
è la nostra capacità di tradurre la parola morte la nostra arma?
è la nostra Fede Cieca Sorda Muta nella sopravvivenza la nostra arma?
sarà l’audacia la nostra arma?
che cosa ci verrà dato e che cosa dobbiamo prendere per resistere e vincere?

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