Devianza come ostracismo intellettuale: il caso epistemologico – parte prima

Parte prima: Hard Sciences

Attraverso la nozione sociologica di devianza ci si riferisce ad un dispositivo analitico-concettuale del quale vien fatto largo impiego tanto nei cantieri teorico-categoriali, quanto nei fieldwork tematici delle discipline scientifiche appartenenti alla classe delle scienze umane (o sociali). Essa identifica, descrive ed interpreta, tutti quei particolari fenomeni socio-culturali afferenti le meccaniche di inclusione/esclusione di individui o gruppi di individui appartenenti ad una collettività, sulla base di un codice simbolico-normativo ufficiale, e, conseguentemente, di una sottesa gamma di eresie. Ora, se nello specifico gli studi interdisciplinari sulla devianza sociale si occupano tradizionalmente di condotte morali, di orientamenti ideologici parossistici, di inadempienza patologica, o ancora di attitudini psicologiche non conformi, è nondimeno pensabile trasferire il punto di applicazione del medesimo modello concettuale su dimensioni e campi di diverso spessore sociologico, sebbene non per questo meno illuminanti. Il meta-discorso dell’apparato scientifico di regime, non diversamente da un qualunque sistema normativo, prevede una sola ortodossia di contro a molteplici eterodossie. La comunità scientifica – intesa nel suo significato storico-culturale – al pari di qualsivoglia comunità, produce, trasmette e conserva, tra le altre cose, una propria koinè epistemologica. Il paradigma empirico-sperimentale galileiano e le sue declinazioni successive, si stagliano ancora oggi come i principali criteri di demarcazione per distinguere la norma dalla devianza in epistemologia. Quantunque le cosìddette soft sciences mutuino in blocco – sebbene in tale lascito non si esauriscano – le metodologie ed i protocolli d’indagine dalle hard sciences, mi sembra opportuno, ai fini di una più efficace chiarificazione descrittiva, tentare di trattare i due blocchi separatamente e stabilire pertanto due ordini rispettivamente peculiari di problemi. Relativamente alle hard sciences, quali la biologia, la fisica e la chimica, il paradigma dominante è quello verificazionista. Tale impostazione prevede l’uso di criteri logici fondati sul principio di induzione. Ossia si perviene alla formulazione di proposizioni di carattere universale a partire dall’uniformità nel tempo di specifici fenomeni, date determinate condizioni. Riducendo tale criterio epistemologico alla sua forma logica, si ottiene uno schema inferenziale di questo tipo:

[((a –> b) and b) –> a]

dove a è una proposizione universale, b è una proposizione esistenziale relativa al verificarsi di un fenomeno particolare – inteso naturalmente come estensione fenomenica della proposizione universale –, e, sulla base del fatto che l’osservatore verifichi empiricamente la permanenza ad un tempo t1, t2, …tn del fenomeno particolare, ne inferisce che la proposizione universale sia sperimentalmente verificata. L’illogicità e quindi la non sostenibilità scientifica di un simile procedimento, il quale schema formale in logica proposizionale viene definito “fallacia dell’affermazione del conseguente”, e che anche solo sul piano puramente formale, se sottoposto alla verifica delle tavole di verità, risulta insoddisfacibile per almeno una sua L0-struttura e pertanto non logicamente valido, è oltremodo evidente. Sul piano della realtà, a fortiori, per quante volte io possa constatare che quel tale particolare fenomeno si ripete uniformemente nel tempo, il numero di osservazioni che potrò collezionare non sarà mai sufficiente a consentirmi una generalizzazione razionalmente fondata. L’induttivismo non è, pertanto, un criterio logico valido e rientra quindi nel dominio della speculazione teoretica e della metafisica. Ciò nondimeno, su questo criterio poggia la quasi totalità degli enunciati presunti scientifici afferenti le scienze naturali. Se consideriamo poi che la comunità scientifica si situa all’interno di un sistema socio-economico imperniato su determinati rapporti di potere, e che uno degli interessi preminenti di tale sistema è la conservazione della sua autorità, indipendentemente dalla forma che essa può assumere, si comprende facilmente come il modello verificazionista si presti bene a tale scopo. Tale sistema infatti consente la formulazione e la produzione ad hoc di basi empiriche atte alla verifica sperimentale di determinate teorie. In forza della sua apparente credibilità e del prestigio che è andato progressivamente conquistando, grazie in special modo ai concreti risultati in termini di applicabilità tecnica, l’adozione dell’induttivismo inteso in questi termini – ossia nel senso di abuso speculativo – ha generato le condizioni di possibilità per la produzione, coerentemente rispetto agli interessi economici e culturali delle strutture di potere dominanti, di una solida ed accreditata rappresentazione liturgica della realtà fisica. Ossia, espresso più semplicemente: una specifica versione di come stanno le cose. Non si produce, cioè, un contenuto epistemico in virtù di una rigorosa verifica sperimentale, bensì si collauda un’accomodante base empirica in modo da legittimare e garantire la sostenibilità epistemica di ipotesi congetturate aprioristicamente. L’utilizzazione di criteri che divergono da quello sopra descritto può dunque risultare scomoda nella misura in cui le formulazioni proposte si pongano in manifesto contrasto con la conservazione e la riproduzione di un certo regime di verità – con la quale, sia chiaro, non si allude mai alla verità in quanto tale, che sappiamo essere un feticcio metafisico, quanto piuttosto a quella determinata organizzazione rappresentativa ed esplicativa della realtà, che più risulta coerente e funzionale al mantenimento di uno specifico ordine materiale e dunque simbolico. È in questo senso che risulta possibile parlare, per esempio, del falsificazionismo popperiano come di un criterio epistemologico di fatto considerato deviante. Questo non tanto perchè l’establishment scientifico lo rigetti, quanto perchè il farne un uso tanto sistematico quanto etico, può condurre il ricercatore all’ostracismo intellettuale – dunque politico, ideologico e morale. Il che significa l’esclusione, l’emarginazione ed il soffocamento per logoramento materiale e morale, di chiunque, tra le fila più elevate della gerarchia accademica, tenti di porre a critica e mettere in discussione i protocolli ufficiali. Karl Popper non fu né il primo né l’unico epistemologo a trattare ab imis fundamentis il problema del verificazionismo a base induttivistica. Il suo metodo è tuttavia risultato essere provvisto di particolare efficacia e risonanza intellettuale. La sua teoria della demarcazione tra scienza e pseudo-scienza consiste nell’accettare come razionalmente fondate solo quelle teorie che risultano controllabili attraverso I criteri della falsificabilità. Il punto di forza di tale impostazione è presto detto: Popper si serve del criterio deduttivo d’inferenza a rinforzo dell’aleatorio – per quanto imprescindibile, nella misura in cui si voglia generare conoscenza e non mere tautologie o argomentazioni circolari – principio di induzione. La premura del ricercatore deve quindi consistere nel coraggio e nella spregiudicata e tenace volontà di mettere in discussione le ipotesi che vanno formulandosi durante il processo di descrizione e spiegazione della porzione di realtà in questione. Se ciò può a prima vista apparire paradossale e controproducente, da un punto di vista eminentemente razionale questo criterio garantisce quantomeno l’oggettività logica delle proposizioni universali che in virtù di esso vengono formulate. Lo schema inferenziale ad esso corrispondente, che in logica proposizionale viene definito “modus tollens”, è il seguente:

                                                                     [((a –> b) and (not-b)) –> (not-a)]

Tale schema logico non ammette eccezioni. È sempre, tautologicamente, vero. La questione, caratterizzante l’asimmetria logica che contraddistingue il rapporto tra verificazionismo e falsificazionismo, si spiega in questi termini: un numero quantunque alto di conferme non fonda mai logicamente una legge, ma un solo caso negativo, invece, è sufficiente a farla crollare. Il compito del ricercatore è dunque quello di dare la caccia a fatti che potrebbero contraddire la teoria vigente o quella a lui più cara (altra questione, di cui tratterò nella seconda parte, in relazione al caso delle soft sciences), al fine di formulare una teoria migliore, con più contenuto informativo e dunque più prossima alla – o meno distante dalla – realtà. Se non si rispettano tali condizioni, sostiene Popper, quello che si ottiene è uno scenario di dogmatismo ed oscurantismo intellettuale. Salvare un certo apparato di ipotesi a danno di un’obiettiva e coerente spiegazione dei fatti, considerati i giochi di potere che determinano quale teoria sia conveniente supportare e quale invece no, renderà anche al ricercatore il suo riconoscimento borghese in termini di visibilità, autorevolezza e prestigio, ma contribuirà nondimeno alla mistificazione ed alla strumentalizzazione ideologica e politica dell’impresa scientifica, la quale non risulterà altro che un potente sistema di controllo e di manipolazione delle coscienze, non diversamente dalla funzione socio-economica di direzione delle anime la quale, storicamente, compete al potere spirituale.

Luca Scotti

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