Apologia di Socrate, rivisitata

Qui sta il mio compito. Un’apologia di Socrate, come ha scritto Platone, più o meno. Anche perché bisogna dire che Socrate era veramente brutto. Dai busti ereditati dall’antichità sappiamo che non aveva molti capelli e quel grosso naso tra i due occhi infossati potrebbe farci credere che non disdegnasse per nulla i simposi. Ma quel che più ci può colpire è il viso paffuto e semplice che trasmette serenità, quasi ingenuità: dopotutto Socrate domandava più di quel che non rispondesse.

Dunque di cosa mi preme parlare in questo articolo relativo alla devianza sociale? Innanzitutto sembra quasi superfluo dire quanto Socrate fosse strano e bizzarro e non erano pochi gli Ateniesi che lo evitano per strada. Difatti il filosofo non teneva scuole e amava passeggiare per le strade della sua città chiedendo e spronando i suoi concittadini a ragionare. Era solito mettere in pratica con i giovani l’arte della maieutica, concretamente l’arte della levatrice, come sua madre, il cui scopo era appunto estrarre dalla mente il ragionamento, il pensiero critico, fuori dagli schemi retorici (come invece facevano i sofisti).

Accusati di corrompere la cittadinanza con vuoti artifici oratori e per giunta di farsi pagare, i sofisti erano visti come avvelenatori da tenere il più possible lontano. Per ironia della sorte lo stesso Socrate era accomunato a questi filosofi, ma la sua ricerca andava oltre la semplice persuasione.
Nel vecchio numero del mese Luca Scotti ci aveva illustrato in Chiasma ontologico e regimi di verità come ogni potere fosse fondativo di un sapere. E dunque la forza di Socrate è stata proprio quella di rifuggire il consenso e l’omologazione, aderendo alla massima di Delfi “Conosci te stesso” attraverso un percorso interiore che parta dal presupposto di “So di non sapere”. Qui sta la rivoluzione di Socrate. Aver riportato l’indagine sull’uomo, dopo che i primi filosofi si erano dedicati allo studio del cosmo e della natura, e rimanendone tuttavia distaccato, fuori dai rapporti di forza e di collusione col potere.

La sua emarginazione la ritroviamo nel suo modo di essere e nel modo di vestirsi, sempre con la stessa tunica sgualcita, e nella non comune capacità di reggere l’alcol quando tutti i partecipanti al simposio ne erano inebriati. Denigrava la degenerata democrazia ateniese imperialista, ma non gli interessava modificare la realtà o creare un nuovo orizzonte politico. Ragionava, criticava e domandava in continuazione: lo stereotipo classico del filosofo.

socrate
Socrate che prova a impedire al suo allievo Alcibiade di cedere alle tentazioni della libidine

Non si preoccupava del domani o di cosa nutrirsi. Quando i suoi discepoli lo pregavano di onorare la loro tavola mangiava con loro, ma in casa, con la moglie Santippe che lo accusava di nullafacenza, non era ben accolto. 
Tramite l’uso sapiente dell’ironia gli piaceva far cadere in contraddizione il proprio interlocutore, smontandone le convinzioni, perché non si accontentava di verità assolute. Stimolare in ogni modo la curiosità per mantenere come obiettivo fisso la ricerca della verità senza mai raggiungerla. Anche perché l’amore che Socrate provava per le parole, per la loro vitalità e fluidità, non poteva essere incatenata in un qualcosa di scritto. Viveva nel suo presente e forse è per questo che non ha voluto lasciare ai posteri niente che possa testimoniare la sua esistenza.
Mantenne una coerenza invidiabile per tutta la vita, ma pur di evitare l’esilio scelse la condanna a morte tramite la cicuta comminata dai suoi stessi concittadini. Perché, sebbene isolato all’interno della sua stessa comunità, non poteva fare a meno di dialogare con i suoi discepoli alla ricerca continua della verità.

Fabrizio Roscini

Per approfondire:
M. Detienne, “I maestri di verità nella Grecia arcaica”, Laterza, Bari, 2008.
U. Eco, R. Fedriga (a cura di), “Storia della filosofia: dai presocratici ad Aristotele”, Gruppo l’espresso, Milano, 2015.

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