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Allu/ Cina /to – Viaggio al centro della Cina


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Allu/Cina/to – Viaggio al centro della Cina

Siete mai stati alla Pagoda Gialla di Wuhan? Io sì, ed oltre a sapervi informati della mia felicità, vi darò qualche informazione di ordinanza. Venne costruita come avamposto militare nel periodo dei tre regni (tempi molto interessanti eran quelli amici miei, sfregiati da guerre ed intrighi di palazzo, iniziati con la rivolta dei turbanti gialli, che pone fine alla corruzione vergognosa che aveva caratterizzato l’ultimo periodo di vita della corte Han, per chiudersi con la conquista del regno di Wu da parte della dinastia Jin e del suo potente esercito, comunque potete trovare di più nel libro Cronache dei tre regni, scritto da Chen Sou nel III secolo.)

L’erezione, o meglio l’edificazione, della Pagoda ha inizio nel 223 dopo la presunta, approssimata ed errata pare di quattro anni nascita del nostro beneamato Signore Gesù Cristo, fine periodo dei Severi per intenderci, Alessandro Magno era morto da cinquecento anni e così via nel fiume degli specchi della storia, per venire, poi, riadibita, praticamente da subito, in un luogo dove cercare la pace interiore e scrivere poesie, immerso nei boschi di bambù e pini e salici. Immaginare d’essere un uccello che vola alto nel cielo, immaginare di smettere di battere le ali e chiudere gli occhi e, per pochi secondi (lunghissimi secondi), sentire il vuoto e la morte, e poi risalire. Ancora, poi, una volta in cima alla pagoda, ammirare la potenza che, a quel tempo, doveva sprigionare la capitale della provincia dell’Hubei.

A proposito, nessuno di noi ha ancora capito se il simbolo di questa bucolica regione del centro della Cina sia il cervo o la cicogna cornuta. Emblematica e accattivante, questa ultima ipotesi riportata una sera da mio padre, che deve averla letta, se non lo ha inventato, chissà dove, sembra essere la corretta. Il problema con quell’uomo è che ha la stessa espressione sia quando mente spudoratamente che quando stupisce con un particolare di tanta precisa inutilità, come il titolo di un libro di Wittgenstein, o il nome del primo editore di Borges, che l’ammirazione sorge più perché trova terreno fertile nel vuoto dell’ignoranza su certi argomenti che per il possibile utilizzo pratico di tali nozioni. D’altronde a taluni è concesso l’ozio per volere divino, a talatri la vanga.Non so mai come prendere quello che mi dice.

In ogni caso, che doveva avere, è il tempo adatto. Adesso il Lebensraum rimasto al verde è limitato ad un bel giardino venato di stradine che si perdono, e si ritrovano, qualche metro più in su, prima della scalinata che porta all’entrata del tempio, ed il bosco interno, che abbonda di strani fiori rossi di forma fallica, ma senza il prepuzio. Originariamente era posta fuori città, e dobbiamo immaginare i poeti, i mercanti, e gli uomini politici cinesi che, arrivati a Wuhan nei tempi dell’Impero, dopo un’ora o due di cammino dal fiume, vedevano scorgere, dalle fronde illuminate da dietro, il tetto della pagoda, e che meraviglia doveva fiorire nel loro petto, quale ammirazione nel vedere, poi, le due gru che sormontano il serpente e la tartaruga.

Ora, da quando le esigenze urbanistiche rientrano nello scenario distopico – o utopico – che Ridley Scott immaginò per Blade Runner, ossia: dove le mettiamo dieci milioni di persone? le cose sono cambiate. Dalla pagoda, dall’ultimo terrazzo di questa, non bisogna aguzzare la vista per notare un ponte, e tutta l’autostrada che ne è la naturale artificiosa appendice e che arriva alla megalopoli che si espande a vista d’occhio, tagliente di grattacieli, e che sembra iniziare e partire proprio dalle reliquie del Buddha, poste alla porta est del comprensorio, come un bambino attaccato alla madre nuda dal cordone ombelicale, simbolo di un legame inscindibile tra natura e cemento che solo questa epoca che malauguratamente, distrattamente viviamo ha saputo donare al mondo.( vedi foto in evidenza articolo)

Tornato in Hotel avrei voluto scrivere di tante molecole e particelle che vagano nella mia mente e recano un’insegna con un nome, un’essenza. “Tu chiamale, se vuoi…”. Monadi, che fluttuano e cercano di farsi vedere nel buio, e dicono “soldi” “comunismo” “1968” “mamma e papà”. In particolare, tutto è partito da una considerazione che mi ha lasciato di sasso, incredulo e quasi divertito. Come se un’avvenente panzona mi proponesse un ciccioso pompino. Nel paese del comunismo, di Mao Zedong (di cui oggi ho letto una poesia incisa su una stele, leggenda vuole sia stata incisa da Mao stesso, che parla della rivoluzione che non ha fine, come lo scorrere dei fiumi, che mi riporta ai miei sedici anni e ad un pezzo dei Doors in cui Jim Morrison canta “free fall flow, river flows, on and on it goes, breath under water till the end”), regna il capitalismo, altro che rivoluzione come il fiume. Vero, però, che Mao non ha mai specificato il grado di contaminazione che deve avere l’acqua per esser ancora detta fiume, il grado di benessere perché una vita sia ancora rivoluzionaria, il grado di comprensione reciproca perché una storia possa dirsi amore.

Ci sono ricchi imprenditori, e in Cina puoi essere ricco solamente se il governo ci guadagna (quel che si chiama statalizzare), che hanno la servitù. Che comunismo è? Un comunismo che si è dovuto adattare alle esigenze di un popolo, infine a questo è votata la politica, a riunire le esigenze delle persone per rendere questa triste e breve vita meno triste, non potendo nulla la politica contro la seconda. Un comunismo che non ha avuto il tempo di perdersi in battaglie ideologiche e analisi della sconfitta (non a caso cinismo, viene da cinese). Ma ragioniamo, mi sembra che l’argomento sia importante.

Comunismo, mi sembra di capire, qui vuol dire che ognuno ha una possibilità, possibilità di lavorare, di studiare e di muoversi. Questa libertà deve essere continua e garantita a tutti, senza discriminazioni di reddito. Ma i numeri sono una barriera difficile da valicare, ai numeri non si mente, coi numeri non si ipotizza. Prendiamo che una persona su mille da ognuno dei duecento grandi agglomerati della Cina voglia andare a Pechino: è una migrazione di centinaia di migliaia di persone che bisogna gestire. E quindi i soldi servono, per costruire le infrastrutture, e comunismo vuol dire anche potere statale nel diversificare quelle infrastrutture per non escludere nessuno dallo stato attivo. Gli investimenti, e il denaro, girano nella Cina per la Cina, e lo stato deve guadagnarci, per poter reinvestire, anche, in spazi verdi nelle città e nei musei che, a proposito, sono tutti gratis.

La cosa sconvolgente è però che tutto ha un’insegna, un marchio Starbucks, Nike, Adidas, Apple, Prada (leggi. Templio di Apollo, Nike, Artemide, Zeus, Augusto, Giove, Diana).
Tutto si vende, un Red Light District dove non lampeggia XXX ma RMB e le puttane (troppo duro? meglio prostitute? bagasce? diceva De André che comunque ci vuole vocazione per questo mestiere, rendiamo dunque grazie, per Giunone! trovo inutili questi discorsi, come se sia meglio dire fottere, scopare, sbattere o ficcare su) sono tutto ciò che vuoi.

Sillogismo: le puttane si comprano > le cose si comprano > le puttane sono cose = tutto è troie, o tutto va a troie.

Vestiti, cibo, dignità, amore, la vita stessa, ossia l’acqua. Però la gente comune non cerca soldi, non ne sono schiavi. Sono orgogliosi di questo, sì, loro non hanno bisogno delle mance. Gli altri, quelli che vedono Tianjin come New York e vivono del vendersi, quelli sì, e comandano loro. E allora, pensavo, sarà mai possibile un mondo comunista e capitalista? È la stessa coincidenza contraddittoria che ha vissuto la generazione dei miei genitori, secondo me. Ci sono ben pochi al giorno d’oggi che si definiscono “di destra”, anche se stanno tornando alla ribalta, con questi rigurgiti di razzismo derivanti dallo stanziamento delle masse migranti africane e asiatiche, gestite indecorosamente con ruberie e corruzione dalla sinistra, almeno in Italia. A questo punto dovrei dilungarmi sull’ovvietà che, anche se l’Italia fosse all’avanguardia nella lotta umanitaria contro il mondo, ci dovrebbe comunque essere un blocco socialista, o di sinistra, in Europa. Dovrei anche dire perché le tante (tantissime) invasioni che gli Appennini e le baie hanno visto non hanno nulla a che vedere con questa emigrazione, che non è invasione. Dovrei anche spiegare perché questa è una storia che si ripete, ed il fatto che il nostro interlocutore adesso si chiama Parlamento Europeo, e non Sacro Romano Impero, non è di per sé un fattore di sicurezza. Ma non posso dilungarmi, dunque vi invito a contattarmi su Facebook qualora, o qualquando.

Sebbene, tornando capo a dodici, cosa significa destra e sinistra? Norberto Bobbio, non

Roberto della Porta, divide destra e sinistra in
Popolo delle Libertà, ossia:

tutti abbiamo il diritto di essere Liberi e dobbiamo esserlo.

Libero di far quel che mi pare, e vale tutto, il che all’esasperazione porta ai Lupi di Wall Street e dall’altro lato
il Popolo dell’Uguaglianza, ossia:

tutti dobbiamo avere le stesse possibilità, e a questo bene superiore antepongo e sacrifico una parte della mia felicità, rinunciando a un po’ della mia libertà. I comunisti sono stoici, infatti. Io no. Al posto dei Sulioti avrei accettato l’offerta di Alì pascià, avrei preso l’oro e la terra che più mi fosse garbata e avrei risparmiato la vita mia con altre millequattrocento anime.

In ogni caso, a me sembra che la sinistra abbia vinto perché le destre hanno perso, e non viceversa. L’assassinio di Trockij mi sembra un bell’esempio. Le destre hanno scatenato la seconda guerra mondiale, l’orrore degli orrori, e ciò ha portato ad un innalzamento degli argini della sinistra. Entrate, centralisti democratici! Venite, venite neoliberisti! E voi? Voi liberali, che volete? che vi si dia dei fascisti? Entrate!

Il caso ha voluto, oltre al fatto che non riesco ad ascoltare la voce di Zucchero senza cambiare stazione, che le lotte più libertine del ‘68 e del ‘77, abbiano poi coinciso con il capitalismo più sfrenato degli anni ‘80 (quello strano periodo dell’invasione dei cartoni animati giapponesi e delle droghe pesanti, dei capelli all’insù e della dance music che hanno visto gli Stati Uniti d’America uscire come cultura dominante, e dunque portabandiera, del mondo). Il Periodo dell’Oro della storiografia angloamericana, i Trent’Anni di quella francese, insomma quel periodo in cui tutto sembrava possibile e il mondo era una Luna Park, una donna da sedurre e abbandonare, sudata, sul letto di un Motel.

Dunque, mentre Joe Strummer ironizzava “What do we have for entertainment?” in The Magnificent Seven, Tonino Savio degli Squallor negli stessi anni cantava “Quanti ingegneri ed architetti, parrucchieri e cantautori ha partorito il ’68. Alcuni santi e qualche dio, stilisti, uomini d’affari, l’unico stronzo sono io”.

Penso fosse un sogno, come l’Aleph di Borges, come il volo dell’Albatros: conciliare benessere ed uguaglianza. Ma forse l’uomo è troppo avido, ha voluto mangiare la mela, ma non gliel’ha tesa un serpente, bensì la “mano invisibile” di Adam Smith, ed eccomi qui, coi cinesi ed il loro mondo in Comic Sans, i loro polpacci forti e robusti, gli sputi a terra e il mito della guerra (un piano intero del museo di storia di Wuhan è dedicato agli “Uomini Illustri della provincia dell’Hubei”, e sono tutti militari! la cosa mi ha scioccato e non poco) e il mito di giocare a calcio come gli europei. Ma in fondo cosa ne devo sapere io, che non ho mai avuto neanche un ruolo nell’esecutivo provinciale nel mio (mio?) sindacato studentesco, e che forse ancora oggi vengo preso in giro per una battuta che feci su chi dovesse indossare il vestito da sposa in un matrimonio omosessuale alla mia prima scuola di formazione a Torre Orsetta (ndr. Orsaia), vicino Sapri, e quando Palmiro de Maria mi cazziò, urlando davanti a tutti, io mi feci piccolo piccolo, e Stefano forse si vergognò di aver fatto il viaggio verso Sud da solo in macchina con me e, per un tratto, un immigrato a cui demmo uno strappo. 

Volevo scrivere di queste, ed altre, cose, ma prima devo farmi un bagno caldo. Qui l’acqua calda funziona, anzi è bollente, ma nella vasca no! Come se dicessero ”qui non ci si rilassa pappamolla,chi si ferma è perduto”. Allora dal primo giorno che son qui la mia indole infantilmente anarchica mi ha suggerito di togliere la plastica dai contenitori per l’immondizia che posso trovare in camera e nel bagno, riempirli con l’acqua calda della doccia e poi gettarla con uno SVASHH! nella vasca, operazione che, tra l’altro, posso fare tranquillamente seduto mentre caco. Bear Grills ti sono grato.

Dopo questo rituale propiziatorio al Dio della Temperanza mi immergo in quel nettare bollente, col taccuino vicino a me, e mi addormento.

Eleuterio Franciosi

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