A thinking gone wrong – parte prima

Nel corso degli anni ’70, Stuart Hall e i suoi colleghi della scuola di studi culturali di Birmingham si sono interessati ad un fenomeno esploso in Inghilterra pochi anni prima dell’inizio delle loro indagini: il mugging. Il significato del termine, di derivazione statunitense, oscilla tra rapina ed aggressione, ma risulta assai complesso identificarlo in modo specifico. In linea generale si può dire che, con questo termine, tra il 1972 e il 1973 – periodo durante il quale il fenomeno assunse grande rilevanza nazionale -, ci si voleva riferire ad una forma di scippo in strada, caratterizzata dall’uso di violenza armata e i cui protagonisti erano per lo più giovani di colore. Con il loro lavoro di ricerca, culminato nel testo “Policing the crisis. Mugging, The State and Law and Order”, Hall e colleghi volevano mettere in luce il fatto che il mugging ha generato una forma di panico morale tra la popolazione – in particolare nel centro della capitale inglese -, la cui data di nascita si può far risalire al 15 Agosto 1972, quando i maggiori quotidiani del Regno Unito riportano la notizia dell’accoltellamento di Mr. Arthur Hills, aggredito a Londra, vicino Waterloo Station, da alcuni ragazzi di colore, allo scopo di essere derubato. L’accaduto è stato etichettato dal Daily Mirror come a mugging gone wrong e integrato da informazioni statistiche, volte a dimostrare la crescita esponenziale di episodi di violenza criminale di questo genere. Si tratta della prima volta in cui il termine entra nel vocabolario dei cronisti del crimine, in Inghilterra. Ciò che ci interessa non è chiarire cosa sia il mugging in se, ma piuttosto che rapporto il fenomeno ha avuto con la società inglese. Che cos’era il mugging prima della sua esplosione mediatica? E cosa diventa dopo? La significativa reazione del pubblico di fronte ad episodi di questo genere, era realmente motivata?

Nei tredici mesi che vanno dall’agosto 1972, all’agosto 1973, il fenomeno mugging riceve grandissima attenzione da parte della stampa, ma è importante notare che non solo i media si interessano della questione: polizia e ambienti giudiziari hanno preso di petto il problema e, se vogliamo, addirittura prima che attirasse l’attenzione dei giornali. Nel periodo preso in considerazione, i giudici iniziano ad usare un’eccessiva severità nell’applicare le loro sentenze nei confronti dei muggers, giustificando le pene – mai inferiori ai tre anni – in nome dell’interesse pubblico, al fine di scoraggiare questo genere di crimini e rendere le strade di Londra di nuovo sicure. Significativo è il fatto che nessuno menzioni la riabilitazione dei criminali; essa passa in secondo piano rispetto al bene e alla sicurezza pubblica e neanche vengono svolte indagini circa le condizioni sociali e personali degli stessi. La giustizia, di fatto, dichiara guerra al mugging, con il totale appoggio della stampa, che non manca di apporre i propri giudizi personali in merito a simili questioni giudiziarie. Le sentenze giornalistiche, fortemente critiche riguardo ad episodi di mugging, sono quindi l’esatto riflesso delle sentenze dei giudici.

La stampa non manca neanche di riportare i commenti di politici, o di altri personaggi influenti a livello pubblico; né toglie spazio al punto di vista della polizia. Il 22 Ottobre del 1972, il Sunday Mirror riporta, in un articolo, le parole dell’allora Ispettore Capo del Corpo di Polizia, il quale parla di mugging come the highest priority; ed  infatti sorgono, in seno al problema, vere e proprie pattuglie anti-mugging, ronde continue nei parchi o nelle stazioni, squadre speciali create ad hoc per affrontare l’emergenza. Altri provvedimenti vengono riportati dalla stampa nel periodo tra il ’72 e il ’73; ciò che è invece più arduo da analizzare è l’azione preventiva da parte della polizia, il suo atteggiamento prima che il mugging divenisse fenomeno pubblico, un atteggiamento per niente irrilevante, al punto di poter parlare di una prima fase – invisibile – di definizione del problema in questione, una sorta di periodo pre-mugging. Questa prima fase si caratterizza come preparatoria rispetto alla guerra vera e propria che contraddistingue il periodo tra il ’72 e il ’73. Non vi è alcuna pubblicizzazione da parte dei media ma, al contrario, la mobilitazione di risorse da parte della polizia è decisamente intensa e bene indirizzata in alcune zone ritenute particolarmente pericolose, come le stazioni dei treni e della metropolitana o i quartieri popolari, in particolare quelli dove risiedono gli immigrati. L’obbiettivo della polizia, infatti, pare essere una specifica categoria umana: i giovani di colore, la cui più alta percentuale è costituita da indiani. L’origine del panico è dunque da rintracciarsi in una primaria mobilitazione istituzionale, che vede la polizia impegnata a stanare ragazzi di varie origini etniche, considerati potenziali criminali. Come si spiega una simile presa di posizione, talvolta immotivata?

E’ importante analizzare la particolare situazione sociale in cui verte l’Inghilterra di quegli anni. A partire dal secondo dopoguerra, la Gran Bretagna inizia un lento processo di trasformazione sociale che le conferirà l’aspetto multiculturale e multietnico che oggi la caratterizza. Il processo è legato soprattutto al declino degli imperi coloniali, dovuto all’affermarsi di una nuova sensibilità verso i diritti umani: infatti, i principi di libertà e rispetto reciproco, sui quali l’Organizzazione delle Nazioni Unite viene fondata nel 1945, appaiono essere in aperta collisione con le pratiche di sfruttamento messe in atto nelle realtà coloniali. Alla dissoluzione dell’impero Britannico, tra il 1945 e il 1965, si accompagna un vasto processo di immigrazione, che vede gli abitanti delle ex colonie spostarsi verso quella che, ai loro occhi, appariva come la madre patria, la terra della lingua, della storia e della cultura che era stata loro imposta, tramite il sistema di istruzione coloniale. Il Nationality Act del 1948, volto a conferire la cittadinanza inglese agli abitanti delle ex-colonie, dimostra che, in un primo momento, la open door policy, era stata accolta con atteggiamento ottimista; nel giro di pochi anni, tuttavia, la situazione si dimostrerà essere molto più complessa del previsto. L’arrivo in massa di migliaia di immigrati, di varie origini etniche, rischia di sfaldare l’identità nazionale inglese, basata su un’idea di omogeneità legata alla comune whiteness e cristianità dei cittadini. Il senso di frammentazione, di caos e di minaccia costante che si inizia a percepire, in particolare nei grandi centri urbani, è testimoniato da un certo tipo di retorica adottata da giornali e programmi radio, i quali rafforzano l’immagine stereotipata e istituzionalizzata dell’immigrato incivile, talvolta violento, che arriva in Inghilterra per rubare lavoro, portare criminalità e creare problemi. Nel corso degli anni ’60 la situazione si fa sempre più aspra: le istituzioni politiche mettono in atto una serie di provvedimenti volti a limitare l’immigrazione e problemi ad essa connessi e si fanno strada approcci populisti e razzisti, atti ad alimentare un’immagine quasi vittimistica dell’uomo inglese, schiacciato dallo straniero. Il razzismo inizia a radicarsi nell’immaginario nazionale e gli immigrati faticano ad essere riconosciuti come cittadini britannici. Essi non rappresentano una componente costitutiva dell’identità nazionale: sono degli outsiders.

Tutto ciò spiega perché, nei primi anni ’70, la relazione tra polizia e comunità nera si andava sempre più deteriorando. I poliziotti, prima di essere tali, sono cittadini ed è abbastanza normale che si attengano a determinati pregiudizi sociali. La situazione di tensione si traduce, quindi, presto, in aperta ostilità e sospetto reciproci; ma quella della comunità nera è una lotta impari, in quanto il corpo di polizia trova l’appoggio della cittadinanza intera, nonché delle altre istituzioni pubbliche. Ed infatti, già nel 1965, parte una vera e propria guerra al crimine: Scotland Yard sguinzaglia lo Special Patrol Group, una forza d’etile specializzata nel contenimento del crimine, da affiancare alle Regional Crime Squads, entrambe con una certa indipendenza rispetto alla direttive centrali, ed è proprio sulla base di queste squadre speciali che, nei primi anni ’70, si costituiranno le vere e proprie squadre anti-mugging. Se gli immigrati vengono visti dagli inglesi puri come parassiti, distruttori di Law and Order e potenziali criminali, ciò implica necessariamente l’attribuzione immotivata di vari problemi legati alla loro presenza e, di conseguenza, un ampliamento dei controlli nei loro confronti, da parte della polizia. Il crimine, dunque, in quegli anni, sembra risultare circoscritto ad aree ben precise, quelle dove orbitano le comunità di immigrati, obbiettivo primo delle forze di polizia, la cui azione è sempre più volta al mantenimento dello status quo, più che alla difesa della cittadinanza – che ora ha assunto connotati multietnici. La polizia, dunque, da una parte incarna le tendenze sociali; dall’altra le indirizza, imponendo il rispetto nei confronti della legge e dell’ordine, attraverso l’uso della forza contro obiettivi specifici. Come già affermato, ciò avviene ben prima che l’etichetta mugging facesse presa sull’immaginario collettivo: già il rapporto annuale del 1964, del Commissario della Polizia Metropolitana di Londra, rileva un aumento del 30% di robberies in alcune aree metropolitane. In questa prima fase, tuttavia, è palese come la polizia faccia difficoltà a differenziare i vari tipi di rapine ed usi lo stesso termine – robberies – per identificare avvenimenti molto diversi tra loro. Ne è un esempio il fatto che, quattro anni prima dell’omicidio di Hills, ci fu un caso quasi identico: Mr. Shaw venne ucciso con un colpo di pistola partito accidentalmente durante una rapina in strada. Le modalità dell’aggressione sono praticamente equivalenti a quelle del caso Hills; tuttavia nessuno aveva parlato di mugging, ma semplicemente di assault with intent to rob; e neanche l’evento era stato percepito come a new strain of crime. Solo nel ’72 la morte di Shaw viene descritta a seguito di un episodio di mugging, quando, in un articolo del Daily Telegraph, viene paragonata all’assassinio di Hills. Da ciò si può trarre un’unica conclusione: non che il mugging non esistesse prima del 1972, ma che non esisteva in quanto mugging, in quanto fenomeno particolare, differenziato dagli altri tramite l’apposizione di specifiche etichette caratterizzanti, un’operazione, questa, che è da attribuire, in modo preminente, all’azione dei media. Le varie testate giornalistiche hanno visto nel conflitto vigente tra polizia ed immigrati e nella forte politica penalizzante delle corti, in relazione a certi tipi di aggressioni, uno spazio prolifico dal quale estrapolare nuove notizie e, senza indugio, vi si sono inserite, creando un nuovo fenomeno da sottoporre all’attenzione del pubblico, già sensibile nei confronti della questione immigrati.

Ed infatti, nel sopracitato articolo del Daily Mirror, relativo all’assassinio di Arthur Hills, si legge Slowly mugging is coming to Britain, a sottolineare il fatto che il fenomeno solo di recente si stava affacciando sulla scena inglese, come assoluta novità. La maggior parte delle testate inglesi inizia pian piano ad adottare la stessa allarmante retorica, con poche eccezioni, tra le quali vale la pena di menzionare quella di Louis Blom-Cooper, cronista del The Times che, in data 20 Ottobre 1972, quando già il fenomeno mugging era diventato un caso mediatico, scrive “There is nothing new in the world: and mugging (…) is not a new phenomenon.” Blom-Cooper fa notare che, poco più di cento anni prima, l’Inghilterra era stata contagiata da un’altra epidemia di panico legata alle rapine violente, identificate, questa volta, con il termine garrotting, che differisce da mugging unicamente per il fatto che il secondo presuppone l’uso di armi durante l’aggressione – anche se, di fatto, tra il ’72 e il ’73 la polizia si riferiva al mugging anche qualora la rapina non implicava l’uso di armi. Il fenomeno menzionato da Blom-Cooper, che riguarda gli anni a cavallo tra il 1850 e il 1860, ha dato vita ad un Garrotting Act per debellare il problema e a pene severissime per i trasgressori che, prima della fine del bloody code, rischiavano la condanna a morte per impiccagione. I provvedimenti presi diedero infine i loro frutti, arrestando l’esplosione di violenza; ma, come ha notato, in merito, lo storico sociale J. J. Tobias, “the real significance of the garrotting scare is that the excitement and publicity it provoked made citizenes readier to accept the need (and expense) of efficient nation wide law enforcement and so speeded the general improvement of public order”. Allo stesso modo, in merito al mugging, la vasta spettacolarizzazione del fenomeno ha provocato importanti reazioni da parte del pubblico, tanto che, su un campione di intervistati nel 1972, secondo quanto riportato in “Policing the crisis”, il 90% chiedeva pene più severe nei confronti dei muggers e il 70% chiedeva al governo di occuparsi della questione con maggiore urgenza, e questo nonostante fossero già in vigore severi provvedimenti giudiziari e squadre anti-mugging.

A questo punto, resta da chiedersi in che modo i media abbiano potuto ingenerare un panico tra la popolazione, tale da richiedere un maggiore uso della forza da parte della polizia e provvedimenti sempre più severi da parte della autorità pubbliche, tenendo in considerazione che il mugging è solo uno dei tanti esempi che si potrebbero citare per descrivere fenomeni di fobie collettive, alimentati dai media e da altre agenzie atte al controllo pubblico. Se lo si è preferito ad altri è in ragione del fatto che pare possa essere assimilato ad alcuni fenomeni che stanno facendo presa sui cittadini, nell’attuale contesto italiano. Pare, infatti, di poter riscontrare un particolare tipo di percezione in relazione ad un reato vecchio come il mondo, come lo è il furto. Quante volte ci si è trovati a contatto con etichette quali rapina in villa o a notizie di ladri che violano le attività – per lo più a gestione familiare – di onesti cittadini, tanto da ritenere la portata di simili fenomeni molto più vasta di quanto sia effettivamente? E quanto spesso l’esplosione di questi crimini è associata alla presenza degli immigrati? L’Italia di questi anni sembra riservare un’attenzione particolare a questioni come la criminalità e l’immigrazione, a fronte di altri e ben più urgenti problemi, i quali sono invece taciuti. Il fenomeno mugging può essere utile a chiarire le ragioni di un’attenzione così massiccia da parte dei media nei confronti di certi eventi e le modalità attraverso le quali è resa possibile l’instaurazione un certo tipo di percezione di quegli eventi, da parte degli spettatori. Al pari dell’Inghilterra degli anni ’70, l’Italia di oggi sta affrontando un problema legato all’immigrazione e alla propria identità; al pari dell’Inghilterra degli anni ’70, il discorso nazionalistico appare forte e riscuote sempre più successo tra i cittadini, e si contraddistingue sempre di più in termini di razzismo; al pari dell’Inghilterra degli anni ’70, non risulta assurdo affermare che gli stranieri vengono presi, talvolta, come capri espiatori in merito a problemi che non hanno niente a che vedere con loro; e al pari dell’Inghilterra degli anni ’70, manca una riflessione critica su alcune questioni, come quella legata al crimine, che prenda in considerazione fattori sociali, economici, culturali e personali. Certo, in merito, ad esempio, ad eventi come le rapine in villa non si può ancora parlare di panico morale collettivo; e tuttavia, sarebbe comunque saggio impegnarsi in una ricerca volta a svelare cosa si nasconde dietro all’esplosione di fenomeni di questo tipo, per non rischiare di incappare in errori di giudizio superficiali e potenzialmente pericolosi.

BIBLIOGRAFIA

-S. Hall, C. Critcher, T. Jefferson, J. Clarke and B. Roberts, Policing the crisis. Mugging, the State and Law and Order, The MacMillan Press LTD, Londra, 1978;

– P. Gilroy, Dopo l’impero, trad. R. Capovin, Meltemi Editore, Roma, 2006;

– J.J. Tobias, Crime and Industrial Society in the Nineteenth Century, Batsford, Londra, 1967;

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